Se quelle precisazioni sul gioco Uno
diventano una riflessione sulla vita

«We know you’ve tried». Sappiamo che ci avete provato. Così chiude il tweet dell’account ufficiale del gioco Uno, avvisandoci che, no, a un +2 o a un +4 non puoi rispondere con la stessa moneta: ti raccogli le tue carte e aspetti il turno successivo, sperando in tempi migliori e vicini di tavolo sprovvisti di carte sciagurate.

 

 

Torniamo quindi agli intervalli a scuola, che duravano troppo poco per organizzare una partita con le carte da gioco, ma abbastanza invece per una mano di Uno. Vinceva chi esauriva le sue carte per primo – il mazzo era composto di carte numerate da 0 a 9, di quattro colori diversi e il giocatore poteva scartare se la carta sul tavolo combaciava per cifra o colore, ricordandosi di esclamare «Uno!» al momento giusto -. Ma c’erano anche queste fetenti, questi +4 o +2 che ti inguaiavano, ritardavano il turno e rimpinguavano la mano. Le scartavi ridendo, credendo di averla fatta franca, un dispetto, a volte l’unica possibilità, guardavi il compagno così, «scusa, non potevo far altro».

In tempi crudeli (e quelli delle mie scuole medie lo erano, credetemi), abbiamo addirittura condannato uno sciagurato a raccogliere la somma delle penalità accumulate: un +4 evitato con un +4 costringeva – ora sappiamo illecitamente – un povero cristo a pescare otto carte. La delusione era cocente, ma se eri fortunato potevi difenderti, se la mano era fortunata potevi evitare, ritardare forse il tuo destino, depositando un altro +4. Troppo facile, dicono dalla casa madre. Basta facili escamotage, basta vendicarsi sugli altri. Se è arrivato il tuo turno di aspettare e ingoiare un rospo, impari a farlo. Userai il tuo +4 un’altra volta. Resti fermo un giro, incassi la tua penalità e non ti lamenti, sono le regole, «your turn is skipped», glaciale, definitivo. Ho pensato a quante volte, allora, ho raccolto 8, 10 carte senza meritarlo, ho pensato a quante volte ho costretto un amico a farlo.

 

 

Ho pensato, quanta crudeltà c’era nel reiterare +4, una carta nera e minacciosa, avrei forse vinto di più, perso di più, o forse non sarebbe cambiato nulla? Ho pensato a cosa importa, oggi, delle partite che hai perso ieri. Adesso è domani, è oggi! Ho pensato che mi aspetta una nuova mano. Ho pensato: abbiamo passato ore con quella scatoletta a fianco, possibile che nessuno abbia letto il foglio delle regole per impedire quell’inutile massacro? Ma poi ho pensato, ma chi ha bisogno del foglietto delle regole alle scuole medie? Tanto lo scoprirai solo dieci, anche venti anni dopo che stavi sbagliando tutto. Non ci sono scuse ormai, si gioca pulito, ci si inchina al destino, a una mano più fortunata o abile della nostra e si aspetta. Basta furbetti, basta aggredire: quando arriva il tuo turno di incassare, incassi. Davvero, sapevo che il gioco delle carte era una metafora della vita, una verità bruttissima sull’età adulta, ma questo non me l’aspettavo. Lo so, ci ho provato.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.