22 anni di carcere ingiusto
Lo Stato ora gli dice: «È colpa tua»

Dopo aver ingiustamente trascorso la bellezza di 22 anni in carcere, Giuseppe Gulotta, il 57enne muratore originario di Alcamo condannato all’ergastolo nel 1990, sarà finalmente (e speriamo meritatamente) risarcito per tutto quello che ha dovuto sopportare e subire in questi anni. La Corte d’appello di Reggio Calabria ha da qualche giorno nominato due periti, uno psichiatra e un medico legale, che avranno 90 giorni di tempo per accertare i danni esistenziali, morali, biologici e patrimoniali subiti dal muratore. La nuova udienza relativa alla causa civile è in programma per il 10 giugno. Gli avvocati di Gulotta hanno pronta una richiesta di risarcimento danni pari a 56 milioni e 88mila euro. Per chi non sapesse (o non si ricordasse) la burrascosa e triste vicenda che ha coinvolto quest’uomo per quasi 40anni, eccola qui di seguito presentata in maniera sintetica ma precisa.

 

 

27 gennaio 1976. È questo il giorno in cui tutto ebbe inizio. Lo scenario è la caserma dei carabinieri di Alcamo Marina, cittadina in provincia di Trapani che diede i natali al famoso poeta e drammaturgo italiano Cielo D’Alcamo. Il luogo del delitto si presentava in questo modo: la porta della piccola caserma era stata abbattuta e nelle loro brande giacevano i corpi inermi dei due giovani carabinieri uccisi (Carmine Apuzzo e l’appuntato Salvatore Falcetta). Fin dai primi giorni le indagini si rivelano difficili e complesse. L’attentato sembrava svolto da killer professionisti. Inoltre gli investigatori non riuscivano a trovare un movente che potesse spiegare questo inutile massacro. Furono battute due piste: quella mafiosa (l’anno prima erano stati uccisi l’assessore ai lavori pubblici di Alcamo, Francesco Paolo Guarrasi, e il consigliere comunale Antonio Piscitello) e quella dell’attacco terroristico (arrivò un comunicato di rivendicazione, subito dopo smentito dalle stesse Br).

L’accusa. Le indagini proseguirono senza dar grandi risultati, finché i carabinieri trovano a bordo di una Fiat 127 due pistole, una delle quali era una calibro 9 come quella in dotazione ai militari, ma con la matricola cancellata dai fori di un trapano. In breve si scopre che l’auto appartiene a un certo Giuseppe Vesco e che le armi trovate nella sua macchina doveva consegnarle a dei ragazzi di Alcamo. Passano pochi giorni e Vesco confessa ai carabinieri di aver preso parte alla strage. Nella sua ammissione fornisce anche i nomi dei suoi complici.

Giuseppe Gulotta. Tra i nomi usciti, venne fuori anche quello di un certo Giuseppe Gulotta. Come ha spiegato lui stesso in un’intervista a Tempi: «Quando sono entrato in carcere ero un ragazzo di 19 anni, lavoravo onestamente come muratore nel mio paese: ne sono uscito ormai uomo di mezza età. Si sono presi ingiustamente tutta la mia vita, che ho consumato dietro le sbarre». Era giovane e in attesa dei risultati del concorso da lui svolto per diventare finanziere. Gulotta si è sempre dichiarato innocente, ma i colleghi dei due carabinieri uccisi avevano sete di vendetta: «Mi puntarono una pistola, facendola scattare a vuoto. Al momento del fermo, mi avevano portato in caserma, e chiuso in una stanza dove la notte mi raggiunsero in circa dieci carabinieri. Mi legarono alla sedia mani e piedi con le manette, e iniziarono a massacrarmi di botte. Prima davano calci alla sedia, poi mi lasciarono penzoloni, continuando a darmi botte. Mi accusavano dell’uccisione dei due carabinieri. Io gridavo solo quello che sapevo, che non ero stato io e che non ne sapevo nulla. All’alba svenni. Loro mi svegliarono gettandomi dell’alcool in faccia. Dissi che avrei detto tutto quello che volevano. Loro mi dissero che o dicevo che avevo ucciso i carabinieri o mi avrebbero ammazzato». E così per il terrore di quello che sarebbe potuto succedere, ammette di aver ucciso i due carabinieri.

I processi. Quando viene portato al carcere di Trapani incontra i magistrati e prova a dire la sua verità, ma a questo punto ha una confessione che gli pesa sulle spalle. Visco, nel frattempo, si suicida in cella. Da questo momento inizia un lungo calvario fatto di udienze e sentenze che vanno avanti per diversi anni. La prima sentenza della corte di Assise di Trapani assolve Gulotta per insufficienza di prove. Nel 1982 si passa alla Corte d’Appello di Palermo che ribalta la sentenza: Gulotta è condannato all’ergastolo. Il 19 settembre 1990 la sentenza diventa esecutiva. Gulotta entra in carcere e qui vi rimane fino al 2010, quando gli è concessa la libertà vigilata.

La libertà. Una puntata di “Blu notte–Misteri Italiani” ricostruisce la strage di Alcamo. A guardarla da casa c’è anche l’ex brigadiere Renato Olino. Pentito per la brutalità con cui si erano svolti gli interrogatori nei confronti degli accusati, inizia a parlare, a raccontare di come furono trattati gli indiziati. Per questa ragione la magistratura di Trapani apre un’inchiesta e in breve tempo arriva anche il processo di revisione: il 26 gennaio 2012 il procuratore generale della Corte d’Appello di Reggio Calabria ha chiesto il proscioglimento di Giuseppe Gulotta da ogni accusa; proscioglimento raggiunto in via definitiva il 13 febbraio 2012. Gulotta è in aula e alla lettura di quest’ultima sentenza scoppia in un pianto liberatorio abbracciando il suo avvocato.

Oggi. Uscito dal carcere Gulotta è stato assunto come operaio in una ditta di manufatti in cemento. Lo scorso maggio, però, è stato licenziato. In questo momento è in grosse difficoltà economiche e non trova nessuno disposto a dargli un lavoro. Proprio per questo ha grande attesa nei confronti del risarcimento che lo Stato gli deve. È il minimo, dopo che si è ingiustamente preso quasi 40anni della sua vita. Ma anche in merito a questa vicenda sono sorti diversi problemi. «L’avvocatura, per conto dello Stato, – spiega Gulotta – si è opposta alla richiesta di risarcimento dicendo che sarebbe stata addirittura colpa mia se sono stato in cella per tutti questi anni. Secondo l’avvocatura, infatti, io avrei dovuto resistere alle torture. La colpa sarebbe mia per non averlo fatto: avrei così provocato io stesso l’errore giudiziario. Sfido chiunque a resistere a quello che ho subìto io, che ho parlato solo per di farli finire di picchiarmi».

Staremo a vedere come andrà a finire. Per sostenere Gulotta i giornalisti Nicola Biondo e Mattero Ponzano hanno creato una pagina Facebook dal titolo: Una vita in carcere da innocente. La tribolata vicenda di Gulotta è raccontata nel libro “Alkamar. La mia vita in carcere da innocente”, edito da Chiarelettere.