Adesso che ne facciamo
di quei mille fantasmi neri?

«Mi chiamo Abraham Obare, sono nigeriano e ho una voce potente. Mi piace cantare. Anche nel mio Paese cantavo durante le Messe. Mia madre naturale mi aveva abbandonato davanti a una chiesa quando ero piccolo. Mi raccolse una donna, la mia madre adottiva, che non poteva avere figli. Suo marito non era d’accordo, non è mai stato d’accordo, ma lei ha voluto così. E ho vissuto con lei fino al giorno in cui è stata uccisa, avevo 21 anni. La chiamavo al telefono ma non rispondeva e allora sono corso a casa: l’ho trovata con la gola tagliata, assassinata dai suoi parenti per questioni di proprietà. Insieme ad alcuni amici ho portato il suo corpo fino alla stazione di polizia, poi per sei mesi mi sono nascosto da loro: quei parenti avrebbero ucciso anche me. Così un giorno ho preso un pullman, ho attraversato il Niger e sono arrivato in Libia».

 

 

«In Libia sono rimasto due anni. Facevo lavoretti, lavavo le macchine da un meccanico, pulivo. Mi trattavano malissimo, soprattutto non mi davano da mangiare. Appena racimolavo qualche dinaro andavo a comprare un po’ di pane e l’acqua. Poi è arrivata la guerra e in mezzo a tutta quella confusione sono corso al porto. Ho visto una nave in partenza e ho chiesto che mi venisse data una mano. Il comandante mi ha detto che avrei dovuto pagare una grossa cifra. “Ma io non ho soldi”, gli ho risposto e tra le lacrime ho cominciato a raccontargli la mia storia. Ero vestito solo con dei pantaloncini e neanche una maglietta. A un certo punto il comandante mi dice: “Sali”. Io pregavo, pregavo sempre. Di notte siamo sbarcati a Lampedusa, Italia. Tutti in fila, con la testa bassa. C’erano i volontari e i poliziotti che ci offrivano acqua e vestiti. Mi hanno dato un paio di ciabatte blu che conservo ancora nella mia stanza al Gleno. Quando le guardo mi si allarga il cuore: è il primo regalo che ho ricevuto nella vita. Sono comode, non mi fanno male! Le tengo come l’oro. Poi ci hanno fatto fare la doccia e mi hanno dato anche un salviettone (anche quello l’ho ancora con me, lo terrò sempre). Infine, ci hanno caricato su un pullman e sono arrivato a Bergamo…

 

Articolo completo a pagina 5 di BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 1 agosto. In versione digitale, qui.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.