Il consiglio degli scienziati
Parlate ai bebè come agli adulti

Il sospetto era già sorto, guardando un film del 1989, Senti chi parla, nel quale un bebè, doppiato da Fantozzi, in cui recitava anche un giovanissimo John Travolta e Kristie Alley, ai du-du-du e da-da-da della nonna o al suo gergo alterato da vezzeggiativi, rallentato nell’eloquio e ben scandito, si domandava se la donna c’era o ci faceva. Sembrava, allora, un montaggio cinematografico per richiamare l’audience e la risata.

Invece sembrerebbe tutto vero: se davanti a paroline dolci e gorgheggi il neonato o il bimbo reputato non in età di intendere e di volere, dovesse guardare strano, non ci si dovrebbe stupire. Perché ai bebè è molto più chiara o capibile la parlata adulta, del bambinese appositamente pensato. Lo attesta uno studio internazionale, anche se su piccoli numeri, pubblicato sulla rivista Psychological Science.

 

 

Smettiamola col bambinese. L’auto diventa la “brum”, le scarpe le “peppe”, il mal di pancia la “bua al pancino”: è così che la maggior parte di mamme e papà e parentado vario si rivolgono affettuosamente ai bimbi che girano per casa. E come se non bastasse, quegli stessi termini, appositamente coniati per i più piccoli vengono anche ulteriormente scanditi, rallentati, cantilenati con l’intendimento di arrivare meglio a farsi comprendere dall’interlocutore, quando questo è in culla o nella primissima infanzia.

Sforzo inutile, perché si otterrebbe proprio l’effetto contrario. Poca chiarezza di un registro linguistico inadeguato, perché certe sillabe come “pa” e “ba”, ad esempio, i piccoli fanno fatica a comprenderli, o meglio li confondono, vista la simile sonorità. Lo dimostrerebbe uno studio portato avanti in parallelo dall’Istituto Riken di Tokyo, in Giappone, e dal parigino Centre National de la Recherche Scientifique che ha osservato le reazioni di piccoli tra i 18 e i 24 mesi, di fronte alle diverse modalità di linguaggio utilizzate dalle mamme nel comunicare con loro.

I risultati della ricerca, seppure preliminari, sono stati sorprendenti. Gli esperti dopo ore e ore di ascolto e raffronto fra un approccio linguistico bambinese o un gergo adulto, utilizzati dalle mamme nel dialogo con i bebè o coi piccoli hanno sciolto il verdetto.  In termini di chiarezza, e quindi di comprensibilità, meglio parole, toni e registri da adulti, che non creano alle orecchie (e al cervello) dei bambini probabili fraintendimenti.

 

 

Un altro studio americano. Che le facoltà di comprensione dei bambini vengano sottostimate dai grandi è un dato di fatto, anche per un altro studio questa volta americano, dell’università del Missouri, pubblicato sempre  sulla rivista Psychological Science.  Dimostrerebbe infatti che già a un anno, 13 mesi per la precisione,  i bambini sono in grado di capire situazioni sociali complesse e giudicare il comportamento più corretto da tenere sia nei confronti del contesto sia nella prospettiva dei diversi partecipanti coinvolti in un dato evento. Ovvero, i ricercatori volevano comprendere la facoltà dei bambini nel scegliere il comportamento giusto da intraprendere di fronte a situazioni negative, come un pestaggio ad esempio, anche nel caso di un legame emotivo-affettivo con uno o più soggetti sotto presunta accusa.

L’esperimento.  Alle loro conclusioni sono giunti con una simulazione-gioco: un teatro di marionette. Hanno così osservato le reazioni di 48 bambini di poco più o poco meno di un anno alle azioni di due burattini, A e B, che avevano compreso essere amici tra di loro. A questi si era poi aggiunto un personaggio C e tutti si erano trovati coinvolti in un ménage à trois in cui dapprima C dava un pugno a B, mentre A guardava; poi B colpiva C senza che A fosse presente, infine C era colpito accidentalmente mentre A guardava. Si osservavano, intanto, i bambini intenti a guardare la scena. Alla fine i piccoli hanno colto come le diverse persone avrebbero dovuto rispondere al pestaggio dei burattini, giustificato o meno, esprimendo un giudizio etico anche nel caso fra i contendenti vi fosse un rapporto di amicizia.

Come a dire che i bambini sviluppano le capacità di valutare situazioni sociali, anche complicate, e di farsi una propria scala di valori e giudizi molto prima di quanto si possa pensare; soprattutto senza farsi influenzare nella valutazione comportamentale dalle relazioni interpersonali o emozionali. Obiettivi fino in fondo, come invece, ai grandi capita di non essere. Chapeau ai piccoli.