Una buona notizia per i pangolini

C’è una specie animale che da tempo combatte contro l’estinzione e la distruzione del suo habitat naturale. Stiamo parlando del pangolino, il mammifero più colpito dal traffico illegale. A dirlo, a gennaio 2016, era un rapporto di TRAFFIC (associazione senza scopo di lucro che monitora il commercio di fauna selvatica nel mondo), pubblicato sulla rivista Global Ecology and Conservation. L’inchiesta dimostrava come il commercio illegale di pangolini fosse proliferato in precise parti del mondo e stimava che negli ultimi dieci anni oltre un milione di esemplari di questo semi-sconosciuto mammifero fosse entrato nel giro del contrabbando.

Ma ora le cose sono cambiate. Per preservare le otto specie di pangolini ancora esistenti, i Paesi della Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES) hanno proibito il commercio di pangolini in tutto il mondo. Il risultato della votazione è stato accolto tra gli applausi e la soddisfazione di molti delegati, anche se alcuni Paesi asiatici dove la caccia ai pangolini è diffusissima, come ad esempio la Cina, si sono astenuti. L’Indonesia, addirittura, ha votato contro. Le nuove norme, comunque, includono i pangolini nei documenti sulla protezione della fauna e invitano i governi ad adottare politiche più severi per fermarne la caccia. Gli Stati ascolteranno queste disposizioni? Si spera di sì.

 

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[Pangolini sequestrati in un garage sotterraneo nella provincia cinese di Guangdong] 

 

Cosa sono i pangolini. Conosciuto anche come “formichiere squamoso”, il pangolino è l’unico mammifero vivente a rappresentare l’ordine dei Foloditi. Inizialmente catalogato tra gli sdentati, categoria che racchiude anche gli armadilli, i bradipi e i formichieri, in realtà recenti studi genetici hanno fatto supporre che il pangolino sia più vicino ad alcune specie di carnivori. Proprio a causa della poca chiarezza attorno alle caratteristiche genetiche di questo animale, gli studiosi hanno preferito inserirlo in un ordine a sé, quello dei Foloditi per l’appunto. Si tratta, almeno esteticamente, di un piccolo formichiere ricoperto di scaglie, che vive nelle zone tropicali di Asia e Africa. Sua caratteristica principale sono le scaglie che ricoprono tutto il corpo, costituite di cheratina, le quali, sovrapponendosi, formano una sorta di corazza, costruita in modo da permettere all’animale di appallottolarsi se spaventato. Le scaglie sono affilate e possono essere usate (in particolare quelle della coda) come armi. Solo il ventre, la parte interna delle zampe, il muso e le parti laterali del capo sono scoperti e pelose. I pangolini si nutrono principalmente di formiche e termiti. La loro taglia varia da specie a specie, ma è generalmente compresa tra i 30 e i 100 centimetri di lunghezza.

 

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Perché sono così richiesti. Se oggi gli esemplari sono assai pochi e i pangolini sono ritenuti animali a rischio di estinzione, un tempo questo animale viveva anche Europa e America Settentrionale, tanto che fossili di pangolini sono stati più volte rinvenuti in molti scavi. Oggi, invece, sono presenti soltanto nelle zone tropicali dell’Asia e dell’Africa. Ma perché sono animali tanto contrabbandati? Il motivo è che, secondo la medicina tradizionale asiatica, le scaglie di pangolino sono efficaci contro un’ampia gamma di malattie, dai reumatismi agli eczemi, fino al cancro e all’impotenza. Anche la carne è ritenuta una vera e propria prelibatezza. Date però le piccole dimensioni degli esemplari, i contrabbandieri ne trattano grandissime quantità, motivo per cui TRAFFIC aveva deciso di denunciare la situazione tra Cina e Vietnam.

 

 

L’inferno di Mong La. In particolare, il rapporto pubblicato su Global Ecology and Conservation puntava il dito sull’ex Birmania, il Myanmar, ritenuto il Paese fonte e punto di passaggio del traffico illegale. Vero centro del contrabbando di pangolini sarebbe Mong La, una città situata al confine tra Myanmar e Cina, nei pressi del provincia dello Yunnan. Sebbene questo luogo faccia ufficialmente parte dell’ex Birmania, nei fatti si tratta di una città-Stato governata da un militare ribellatosi all’esercito del Myanmar e filocinese, che governa Mong La come fosse un’enclave di Pechino. E proprio gli interessi economici del Dragone e i suoi più spregiudicati imprenditori hanno reso Mong La una vera e propria “oasi del peccato”, come la chiamano gli orientali: una «volgare mecca dell’erotismo e dell’avidità», che pullula di locali a luci rosse, casinò e ristoranti che servono carne esotica normalmente vietata. Tra una casa chiusa e una sala da gioco, i locali offrono menù con piatti e bevande a base di animali a rischio di estinzione, uccisi illegalmente. Un reportage di National Geographic, realizzato a fine 2014, raccontava dell’atmosfera inquietante di Mong La: «Una versione più piccola, sporca e caotica di Las Vegas, un’accozzaglia di casinò e dei vizi che ne derivano piazzata in un luogo improbabile, dove gli animali rari non vengono ammirati, ma gustati. Dalle bancarelle del mercato alle boutique più costose, la città è un serraglio per turisti cinesi a caccia di macabri affari: una coda di tigre incorniciata costa 30mila yuan (4mila euro), una pelle di tigre 100mila yuan (13.200 euro) e un prezioso corno di rinoceronte 280mila yuan (37mila euro)».

Una terra di nessuno, un angolo cieco che sfugge ai controlli governativi e dove le normative nazionali vengono applicate secondo i capricci delle autorità locali. Così, fra le fessure dello Stato, è spuntato il più vasto mercato di animali rari del Sud-Est Asiatico. Un paradiso per i bracconieri, che parallelamente alla crescita della ricchezza della Cina hanno visto crescere a dismisura i propri affari. In questa terra dimenticata da tutti, i pangolini, insieme a tartarughe e lucertole, sono in assoluto gli animali più commercializzati. Lo confermano anche i dati dell’International Union for Conservation of Nature. TRAFFIC non fa altro che rimarcare la cosa, sottolineando come il Myanmar abbia una grande riserva di pangolini, trovandosi in quella terra ben tre delle quattro specie asiatiche di questi animali.

 

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Una strage silenziosa. Nei cinque anni compresi tra il 2010 e il 2014, le autorità birmane e dei Paesi circostanti hanno sequestrato più di quattro tonnellate di scaglie di pangolini e 518 individui interi. In totale si parla di qualcosa come 7.109 esemplari uccisi. Il rapporto però sottolinea anche come il Myanmar venga spesso ignorato quando si parla di commercio internazionale di pangolini, poiché «non ha mai riportato un caso di sequestro di pangolini al segretariato della CITES», cioè alla Convenzione sul commercio internazionale delle specie a rischio di estinzione. Un’ulteriore dimostrazione di come le forze governative locali non prestino attenzione a questo tipo di mercato, proliferato nell’ultimo decennio. TRAFFIC, inoltre, scrive che il fatto che grandi quantità di pangolini siano facilmente rinvenibili più o meno ogni giorno «è motivo di grande preoccupazione», perché significa che c’è in atto una vera e propria strage silenziosa e sconosciuta, almeno ai più. Almeno a noi.

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