La questione Creberg e diamanti

Sarà capitato anche a voi negli ultimi anni di recarvi in banca per la gestione dei vostri investimenti e sentirvi proporre un investimento “sicuro”: i diamanti. Forse, però, le cose non stanno proprio così. Secondo quanto riportato da diversi organi di stampa, nelle ultime settimane la Guardia di Finanza ha effettuato perquisizioni mirate nelle sedi di cinque banche italiane: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Banco Popolare di Bari e Banco BPM, presente nella nostra provincia con le filiali del Credito Bergamasco. Il motivo di queste perquisizioni sarebbe da ricondurre alla pratica di vendita dei diamanti allo sportello.

Creberg, 27 milioni in diamanti. Il tutto è partito dalla denuncia della trasmissione Report, andata in onda l’ottobre scorso su Rai3, e nella quale veniva evidenziata la poca correttezza e trasparenza tenuta dalle banche nella vendita agli investitori dei diamanti. Nell’inchiesta della trasmissione televisiva venivano sottolineati diversi aspetti, evidenziati anche dagli organi di stampa nei mesi scorsi e che è bene ricordare visto che, secondo una stima ferma alla fine del 2015, il valore delle pietre preziose commercializzate dagli istituti bancari è superiore ai trecento milioni di euro. In questa elevata mole di denaro, una bella fetta arriva dalla terra orobica, più precisamente dal Credito Bergamasco: 27 milioni.

 

 

Perché investire in diamanti? In tempi di crisi per gli investimenti tradizionali, ovvero titoli di Stato e obbligazioni (il cui rendimento è sceso vertiginosamente negli ultimi anni), gli istituti bancari hanno individuato nei diamanti un bene rifugio, una possibilità di investimento da proporre alla propria clientela dati i buoni rendimenti annui (spesso superiori al 4,5 per cento) e i conseguenti vantaggi. E infatti, allo sportello, i diamanti vengono descritti come un investimento sicuro, redditizio, per di più esente dall’imposta capital gain, ovvero l’imposta del 26 per cento prevista sul guadagno ottenuto e non rientrante nell’asse ereditario in caso di morte, come le polizze sulla vita (in altre parole, gli eredi non potranno mettere le mani su di esso).

Le tre società dei diamanti. Insomma, le condizioni perché tanta gente si facesse ingolosire dall’investimento in diamanti c’erano tutte. Ed erano le banche stesse a proporlo. Va però sottolineato come, in realtà, non fossero gli istituti bancari a procedere. Per realizzare questi investimenti, infatti, le principali banche italiane hanno stipulato accordi con tre grandi società specializzate nella commercializzazione di diamanti, cioè: DLB Diamond Love Bond (legata a Ubi Banca); DPI Diamond Private Inve stment (Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare dell’Em il ia Romagna, Widiba e cinquanta banche di credito cooperativo); IDB Intermarket Diamond Business (Unicre dit, Banca Carige, Banco Popolare di Bari e Banco BPM, quindi anche Credito Bergamasco).

 

 

L’andamento è in realtà incerto. In un articolo pubblicato il 22 giugno e intitolato Diamanti in banca, un cattivo investimento, Altroconsumo scrive: «Per capire meglio i meccanismi di vendita, nel novembre scorso ci siamo presentati allo sportello di quattro grandi banche come clienti interessati all’acquisto di diamanti. I consulenti ci mostrano sempre un grafico in cui si vede la curva delle quotazioni dei diamanti in crescita costante: sono però le quotazioni preparate dalla società stessa che vende i diamanti tramite la banca, pubblicate su Il Sole 24 Ore ogni tre mesi in uno spazio pubblicitario. Dando un’occhiata alle vere quotazioni internazionali (per esempio il listino Rapaport), si può capire che il valore ha un andamento ben più volatile e che ci sono anche discese e picchi». Dunque, stando alla testimonianza dell’associazione italiana di consumatori, i valori che le banche, attraverso le società di commercializzazione dei diamanti, mostrano ai clienti non sono quelli ufficiali dei listini internazionali.

Le difficoltà a incassare. I veri problemi, però, sorgono quando si ha bisogno di liquidità e si è nella condizione di dover vendere. Il prezzo a cui i diamanti vengono venduti al cliente, infatti, è almeno il doppio del valore di mercato, le commissioni di uscita dall’investimento sono salatissime (a chi vanno in tasca?) e i tempi per la vendita lunghissimi. Per rientrare dell’investimento e ottenere il guadagno promesso, bisogna attendere che la banca trovi un altro cliente a cui rivendere il diamante al prezzo gonfiato, creando così un circuito chiuso. Nessuno, però, può dare la certezza che questo circuito sia ancora in essere tra dieci o quindici anni, tempi di investimento medi consigliati al momento dell’acquisto allo sportello, con il rischio quindi che si venga a creare una “bolla” destinata a scoppiare e di cui, a farne le spese, saranno ancora una volta gli investitori e non certo le banche.

 

 

La situazione del Credito Bergamasco. Sempre Altroconsumo nell’articolo aggiunge: «Chi ricompra il diamante quando voglio recuperare i soldi e realizzare il guadagno? La banca tranquillizza il cliente, dicendo che il diamante verrà riacquistato dalla società a cui si appoggia per la vendita e sorvola sul punto più importante: le commissioni da versare all’uscita». Il problema, infatti, sta proprio nelle condizioni contrattuali imposte dalle società collocatrici dei diamanti. Delle tre già citate, soltanto una, DLB (quella a cui si è legata Ubi Banca), viene considerata affidabile. Maggiori criticità, invece, presentano le documentazioni di DPI e, in particolare, IDB, società con cui lavora il Credito Bergamasco. Ogni tre mesi, questa società rilascia all’investitore un report sul valore dei diamanti, che non si basa però sui listini ufficiali. Anzi, documenti alla mano, il vero valore delle pietre è più basso addirittura del sessanta per cento rispetto a quello fornito da IDB.

Ciò, ovviamente, rappresenta un problema al momento della vendita: la società non ha alcun obbligo di riacquisto e si impegna soltanto ad accettare dal cliente un mandato a vendere ad altri clienti IDB ai prezzi di quotazione, più alti rispetto ai prezzi d’acquisto. Il mandato di vendita dura quattro mesi rinnovabili, ma per il servizio sono previste commissioni decisamente elevate: da un massimo del sedici per cento più Iva del prezzo di vendita se si decide di vendere dopo un solo anno, a un minimo del sette per cento più Iva del prezzo di vendita se si esce dal l’investimento dopo sette anni dall’acquisto. Il tutto, è bene sottolinearlo nuovamente, senza alcuna certezza che la vendita vada a buon fine in tempi ragionevoli.

Come se ciò non bastasse, oggi il mercato è praticamente fermo e, stando ad alcune testimonianze di clienti del Credito Bergamasco, la banca ammette che riuscire a liberarsi dell’investimento è quasi impossibile. Volendo, naturalmente, c’è sempre l’opzione di cedere il diamante personalmente, rivolgendosi quindi a gioiellerie o altri commercianti di pietre preziose, ma in questo caso state pur certi di non rientrare della spesa compiuta e, anzi, di rimetterci cifre elevate.

 

 

I procedimenti dell’Antitrust. La Consob e l’Autorità Garante della Concorrenza del Mercato, negli ultimi mesi, hanno più volte invitato le banche a esporre bene l’offerta ai propri clienti, spiegando i contratti e mettendo in evidenza le commissioni comprese nel prezzo di acquisto del diamante, ma resta da vedere se questo invito è stato accolto dagli operatori. L’Antitrust, dal canto suo, ha avviato due procedimenti per pratiche commerciali scorrette nei confronti sia di DPI che di IDB e relative alle informazioni parziali e scorrette fornite dai consulenti e dalle due società, sia sul dépliant che online, e che non permetterebbero ai clienti di fare un investimento consapevole.

E chi li ha già presi? Resta il problema di chi ha acquistato diamanti gli anni scorsi, senza tutela della normativa precontrattuale e di trasparenza, che ora, recandosi agli sportelli, si sente dire che non vi è la certezza di riuscire a vendere le pietre preziose in tempi ragionevoli e che la cifra che si potrà incassare rischia di essere notevolmente inferiore a quanto speso all’acquisto. Alcuni quotidiani riferiscono di una possibile trattativa tra le banche interessante per riuscire a sistemare le posizioni pendenti, ma una cosa è certa: il sistema bancario italiano, dopo i fallimenti e i salvataggi di Stato, non aveva certo bisogno di ulteriori scandali milionari.

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