La protesta dei profughi a Lizzola
Dati, fatti e domande scomode

Perché i profughi pakistani ospitati a Lizzola hanno protestato occupando la strada? Perché vogliono essere trasferiti in un centro meno isolato. Ma soprattutto perché si lamentano del fatto che, a un anno dal loro arrivo, non hanno ancora ricevuto risposta alla loro domanda di asilo. La burocrazia, anche in questo caso, è il male maggiore. E come spesso accade, si attorciglia su se stessa. Finora i richiedenti asilo comparivano davanti alla commissione territoriale di Milano. Ma da poco è stata istituita quella di Brescia, che d’ora in poi sarà competente a decidere sulle domande dei profughi “bergamaschi”. In teoria dovrebbero accorciarsi i tempi, in pratica non è stato ancora fissato un calendario degli incontri. E i profughi restano sospesi nel limbo. Come in questo caso, sperduti tra i monti. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, dice il proverbio. Ma è giusto isolare persone che invece avrebbero bisogno di integrarsi nel Paese che li ha ricevuti? È giusto scaricare la patata bollente su piccole comunità che non sono attrezzate per far fronte all’emergenza umanitaria? Domande che nessuno si pone, presi tutti come siamo dal solito vizio italico: vivere nel provvisorio, senza preoccuparsi di trovare soluzioni definitive. Rimandare, temporeggiare, poi si vedrà. Anche perché magari ci sarà un altro a farsi carico della questione, chi se ne importa.

Pregiudizi da sfatare. Il peso dell’accoglienza, nel frattempo, si scarica sui cittadini. Che faticano a capire perché un pakistano, cui è concesso vitto e alloggio gratuito, si debba lamentare del trattamento ricevuto. Nessuno lo spiega e l’intolleranza monta. Alcuni sindaci gettano benzina sul fuoco gridando: «Prima i nostri disoccupati!», come se ci fosse una gara tra disperati. Bisognerebbe invece dire, piuttosto, che la macchina dell’accoglienza muove un indotto economico non trascurabile: ci sono fior di aziende che lavorano per fornire pasti, abbigliamento e servizi. Ci sono insomma bergamaschi che, legittimamente, lavorano e guadagnano grazie ai profughi. Un esempio: il panettiere che prima vendeva un chilo di pane, dopo l’arrivo in paese dei migranti ne vende dieci volte tanto.

Ma non c’è niente di cui vergognarsi, né indignarsi. I problemi vanno guardati per quelli che sono e vanno individuate le soluzioni. L’esempio viene da chi ogni giorno si impegna sul campo. La Caritas e le altre realtà del terzo settore ospitano 560 profughi al momento. Non lo fanno gratis, ma nemmeno si arricchiscono. I 35 euro che ricevono dallo Stato per ogni profugo li utilizzano per fornire un servizio adeguato, che rispetti la dignità umana. I richiedenti asilo ricambiano con il volontariato: un piccolo sforzo, si dirà, però dal grande significato. Nei centri d’accoglienza i migranti si organizzano e diventano autosufficienti, occupandosi della preparazione dei pasti e delle pulizie. Tutti seguono i corsi d’italiano, qualcuno va a lezioni di cucina. Altri aiutano in oratorio, quando si può giocano a pallone con i coetanei bergamaschi. Tanti però lasciano le strutture e vanno a cercar fortuna in Nord Europa, in modo illegale. Se riescono a passare il confine, li aspetta un futuro di lavoro nero e sfruttamento. Tutto questo per dire che il fenomeno profughi ha tante sfumature, non lo si può liquidare con pregiudizi e luoghi comuni.

Lo scenario. Un fenomeno con cui bisogna fare i conti, piaccia o no. Abbaiare alla luna lascia il tempo che trova. Come detto, in Bergamasca oggi ci sono (circa) 560 richiedenti asilo. In gran parte sono africani, ma molti arrivano ancheda Pakistan e Bangladesh. Tutti arrivano dalla Libia, terra di nessuno dove i trafficanti di uomini fanno il bello e cattivo tempo.

Nella nostra provincia i centri attrezzati sono già dodici, ma settimana prossima diventeranno tredici: un istituto religioso della Bassa si è già detto disponibile a ricevere circa quindici migranti. Altri apriranno presto, perché l’emergenza umanitaria non si ferma. La prefettura aspetta altri 300 profughi (o presunti tali) nei prossimi sei mesi: settimana prossima si chiuderà il bando aperto per selezionare nuovi soggetti e strutture per la nuova fase di accoglienza. I centri, dunque, aumenteranno. Il punto, semmai, è ridurre i tempi di permanenza dei richiedenti asilo sul territorio. Occorre dare risposte più celeri. Perché in un anno sono state meno di 70 le domande esaminate. Solo 3 hanno portato al riconoscimento del diritto d’asilo. Altre 15 hanno consentito di ottenere un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Tutte le altre, però, sono state respinte. Chi ha incassato il “no” ha fatto ricorso al tribunale, prolungando ulteriormente la sua permanenza. Oppure è fuggito all’estero.