«Genitori e prof non si parlano più»
L’sos della scuola alle famiglie

«Il dialogo educativo, il percorso che si instaura tra la famiglia e la scuola per il bene dello studente, è venuto a mancare». Patrizia Graziani, dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale, va diretta al punto: «Gli adulti si parlano, ma non si capiscono più».

Che cosa glielo fa dire, dottoressa?

«Il fatto che mentre prima il confronto avveniva fra genitori e insegnanti, adesso si salta questo passaggio fondamentale e si ricorre sempre di più ai livelli superiori: al dirigente scolastico, al provveditore, al direttore generale, al ministro…».

E questo che cosa significa?

«Che da parte dei genitori c’è sfiducia verso la scuola. Ma il corto circuito è evidente: indirettamente anche gli studenti perdono la fiducia nei propri docenti. L’apprendimento e l’insegnamento sono basati prevalentemente sulla relazione forte fra studente e insegnante. Se però questa relazione viene interrotta perché c’è un terzo soggetto che non mantiene gli stessi livelli di fiducia, tutto il sistema va in crisi».

Questo accade soprattutto alla fine dell’anno scolastico quando ci sono le pagelle…

«E accade non solo per i voti in negativo, ma anche per voti positivi che secondo la famiglia non sono sufficientemente positivi: “Mi aspettavo per mio figlio la media dell’8 invece gli hanno dato sette e mezzo”…».

 

 

Una materia da recuperare in estate sta diventando uno scandalo.

«I ragazzi oggi vivono di relazioni molto virtuali e gli insegnanti stanno facendo uno sforzo straordinario per mantenere aperto il dialogo con loro. La scuola per i ragazzi è uno dei pochi luoghi fisici, a volte l’unico, dove si incontrano persone vere. Ma questo molti genitori fanno fatica a comprenderlo. Hanno ancora l’attenzione puntata sui contenuti disciplinari piuttosto che sul rapporto del loro figlio con gli insegnanti. E inserendosi in quel modo, vanno a rompere l’unica autentica relazione»

Come se ne esce?

«Da parte dei docenti facendo grandi sforzi; da parte dei genitori accettando l’imperfezione o la fragilità dei figli. Il problema di salvare la propria immagine deve passare in second’ordine. D’altra parte, secoli di letteratura pedagogica ci hanno detto che chi non scivola mai da ragazzo, rischia di scivolare da adulto. Bisogna avere il coraggio di lasciar sbagliare i figli, perché è anche così che imparano e si risollevano. E sbagliando a sedici anni a scuola si rimedia sempre, ma se si sbaglia a 22-23 anni l’errore diventa una macchia sociale».

Non sarebbe il caso di chiudere la porta della scuola ai genitori?

«La tentazione da parte di alcuni insegnanti e dirigenti è forte. Bisognerebbe lasciare che ognuno svolgesse il proprio compito. E così come la scuola non deve essere la seconda famiglia, perché la maestra è la maestra, non la seconda mamma, allo stesso modo la famiglia non deve pensare di sostituirsi agli insegnanti. È importante che la scuola oggi sappia dire quei no che i genitori non sanno più dire».

Si augura una scuola più severa?

«Severa no, un po’ più autorevole e rispettata nelle azioni che fa. Perché c’è sempre una motivazione nelle scelte che un insegnante o il consiglio di classe compiono. E allora, prima di dire che è sbagliato, bisognerebbe mettersi in una situazione di confronto e di dialogo».

Lei garantisce che la scuola bergamasca ha a cuore i ragazzi?

«Assolutamente sì, lo vedo nei fatti, nei dirigenti e, a cascata, nei professori. Tutti fanno della scuola un ambiente accogliente. Poi sui grandi numeri ci sarà sempre quello che esce dalle righe, ma io mi sento di dire con convinzione che questa attenzione verso i ragazzi c’è».

Che cosa vuol dire ai genitori che non sia un generico «fidatevi»?

«Di ascoltare i figli ma di ascoltare anche la scuola. I ragazzi vanno aiutati a crescere facendo accettare loro anche gli insuccessi, magari anche una mezza ingiustizia dovuta a un eccesso di severità. La vita non è sempre come vorremmo. E vivere l’insuccesso come una modalità per risalire la china è uno degli scopi dell’educazione».

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