«La nostra è una vocazione»

Noi infermieri, angeli ogni giorno per non più di 1500 euro al mese

Noi infermieri, angeli ogni giorno per non più di 1500 euro al mese
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«Siamo tutti nella stessa situazione, chi più chi meno. Il personale infermieristico è al limite, gli infermieri devono sempre andare oltre l’orario normale, specie i “turnisti”, quelli si dividono su tre turni, dalle sette alle quattordici, dalle quattordici alle ventuno e poi la notte, dalle nove di sera alle sette della mattina, dieci ore». Ileana Madaschi lavora nella Riabilitazione di una clinica cittadina, è infermiera professionale da diciotto anni. Con lei continuiamo quel viaggio nel mondo della sanità dal “basso”, fra medici, pazienti, infermieri. La vita quotidiana, normale.

I ritmi ingiusti. Dice Ileana: «Questo è un mestiere difficile, in teoria sarebbero trentasei ore alla settimana, ma non è mai così. Nel nostro reparto ci sono quarantotto pazienti, di cui alcuni in condizioni veramente difficili, alcuni in stato comatoso. Allora devi sostituirti a loro, nel senso che devi capire le loro esigenze anche quando loro non sono in grado di esprimersi, non dicono niente; è un compito delicato, che richiede pazienza. E qualche volta si va in contrasto con i ritmi del lavoro, del continuo correre perché capitano certi giorni che non riesci nemmeno ad andare in bagno! Per dare la giusta soddisfazione, l’assistenza migliore, bisognerebbe avere più calma, più tempo».

 

 

La burocrazia e l'emergenza. Ileana Madaschi ha conseguito il diploma universitario in Scienze infermieristiche nel 1999, ultimo anno prima dell’istituzione della laurea breve. Nonostante le difficoltà, i ritmi, la burocrazia, è soddisfatta in modo profondo della sua scelta. La burocrazia. Dice Ileana: «Anche questa è una parte importante del lavoro, e se ne farebbe volentieri a meno. Ma ogni azione che compi è accompagnata da una procedura burocratica. Se il medico prescrive una Tac a un paziente allora l’infermiere deve compilare al computer la richiesta, inviarla all’unità in questione. Poi è bene aggiungere una telefonata. Quindi è ancora l’infermiere che accompagna il paziente là dove deve compiere l’esame specialistico. A volte c’è una buona collaborazione con il medico, si crea un bel gruppo, un’équipe e allora anche il parere dell’infermiere che segue per più tempo il paziente viene preso in considerazione.

 

 

Ma il problema grosso è quando si verifica un’emergenza. Allora il lavoro di routine salta e siccome siamo in pochi, allora possono crearsi dei disagi. Perché se corri per l’emergenza, allora non puoi rispondere subito alla chiamata del campanello di un altro paziente... e succede che rischi la denuncia. Perché per i familiari esiste soltanto il congiunto che soffre. In tanti non si rendono conto, giustamente, che magari ci sono altre persone che hanno ancora più bisogno. Per il familiare esiste solo il proprio caro. Capitano anche situazioni imbarazzanti, come un marito che si è arrabbiato tantissimo perché non avevo messo la moglie in carrozzina. In realtà l’avevo fatta sedere, ma dopo venti minuti lei ha chiamato, lamentava capogiri, allora l’ho rimessa nel letto. Quando il marito è tornato l’ha trovata sdraiata e ha pensato che noi non l’avessimo messa in carrozzina... la donna aveva un problema di demenza e non ricordava. Santa Pazienza. A volte arrivi proprio al limite».

 

 

«Non cambierei mai». Ma Ileana Madaschi va oltre e dice che comunque non cambierebbe mai il suo lavoro. «Perché lo si fa per vocazione. Perché le gratificazioni che si ottengono sono bellissime, perché, nonostante tutto, puoi creare delle vere relazioni umane. Dove c’è la sofferenza, dove ti dai da fare per dare una mano, allora salta fuori l’umanità vera. Il sorriso di un paziente, una stretta al braccio ti ripaga di tutto. Quando ti dicono magari “sei il nostro angelo”. L’infermiere è un punto di riferimento, i malati spesso si raccontano e anche questo è importante. Si affidano a te. Sono cose che ti ripagano, anche se lo stipendio non va mai oltre i mille e cinquecento euro al mese».

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