La ritirata silenziosa della Chiesa
(che pare aver perso il coraggio)

È stato un Sant’Alessandro in tono dimesso quello festeggiato lunedì scorso in città. Quasi si trattasse di una festa di cui non si capiscono bene le ragioni e che ha smarrito il suo rapporto con il presente. La storia è quella del soldato romano che 1700 anni fa aveva rifiutato di inchinarsi all’imperatore in quanto riconosceva un’altra autorità: quella del Dio cristiano. Gli venne tagliata la testa, nel punto preciso sul quale è poi stata costruita la bellissima chiesa di Sant’Alessandro in Colonna, oggi ricolma di tesori. Per secoli la devozione a questo soldato (pensate, era di origine egiziana!) è stato fenomeno di popolo, nel cuore della vita della chiesa e della società bergamasca. Segno del suo attaccamento fedele all’origine, cioè alla persona di Gesù Cristo. Se oggi la giornata di Sant’Alessandro passa via in una sostanziale indifferenza, ci si deve chiedere il perché. Ovviamente il tempo passa, gli uomini cambiano e quindi si può mettere nel conto che anche le più belle tradizioni tramontino. Ma qui non si tratta solo del tramonto di una tradizione, ma del tramonto di una “vita”: la vita della chiesa bergamasca.

 

 

Non lo dicono solo i numeri, che pur stanno assumendo una dimensione preoccupante se non drammatica. Non ci sono più nuovi preti, il seminario è vuoto, l’anno prossimo verranno ordinati tre sacerdoti mentre ogni anno ne muoiono in media trenta: il risultato è che in un decennio il clero bergamasco è passato da 900 a 700 preti. È certamente un fenomeno globale, che sta travolgendo tutte le società segnate da questa secolarizzazione silenziosa. Ma per Bergamo, proprio per la forza della sua storia, è un impoverimento dal punto di vista umano ancor prima che statistico. Infatti i numeri non sono altro che l’emersione di un fenomeno purtroppo molto più profondo. La presenza della chiesa si è fatta sempre meno riconoscibile, sempre meno capace di dire le cose come stanno, di andare “contro” il pensiero dominante. Le autorità ecclesiastiche hanno un evidente timore a esporsi e tanti sacerdoti, quando intervengono dal pulpito, sembra che non raccontino niente di legato alla vita reale, concreta, di tutti i giorni. La sensazione è quella di una chiesa in ritirata, che si è lasciata contaminare dalle paure della società ed è prigioniera di se stessa e, inevitabilmente, dei veleni che si sviluppano al suo interno: l’ultimo episodio che ha fatto scalpore è stata la lettera anonima di alcuni preti che prendeva di mira il vescovo. Un brutto segnale: tra sacerdoti non si ha neppure la carità di dire in faccia a chi guida che forse sta sbagliando.

È una chiesa conservatrice non tanto nei messaggi quanto nelle sue dinamiche: ma i messaggi sono fiato al vento se non originano scelte concrete, fatti visibili, pratiche di vita condivisibili. Il risultato è che oggi la differenza fra chi va in chiesa e chi non ci va, è impercettibile. Ci sono ancora pochi preti meravigliosi che vedono e capiscono, ma non vengono messi nella condizione di agire per cambiare le cose. Vengono visti come “casi speciali”, quando invece dovrebbero essere proposti come modelli da seguire nella convinzione che la…

 

Articolo completo a pagina 5 di BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 5 settembre. In versione digitale, qui.

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