La Seriate che nessuno considera
Viaggio nei luoghi del degrado

Degrado: una parola che pare andare particolarmente di moda negli ultimi anni, politicizzata e pubblicizzata da esponenti di alte cariche come anche dai cittadini. Questo problema (a volte una vera e propria isteria) non riguarda solo le grandi città, come Milano o Roma, ma si annida anche in località ben più piccole e insospettabili, come Seriate. Qui esistono infatti delle «terre di mezzo»: sono aree o angoli dimenticati, a volte abbandonati, spesso semplicemente dei luoghi invisibili, che, passando in automobile, non osserviamo o semplicemente fingiamo di non vedere. Il nostro viaggio percorre questi luoghi della città, quasi fantasma, dando loro finalmente quello sguardo e quell’attenzione apparentemente immeritata.

 

 

Via Brusaporto: la bella zona… di una volta. Si parte da Comonte, zona nuova, residenziale, con i suoi giardini curati e le casette decorate: da qui ci si dirige verso la rotonda di via Stella Alpina e si prosegue dritti. È sempre via Comonte, eppure lo scenario cambia radicalmente: con l’azienda «Codoni» si apre una piccola area industriale, fino ad arrivare alla curva del negozio «Pesenti arredamenti», dove la strada diventa via Brusaporto. Questo tratto ben poco ha a che vedere con l’area comontese che abbiamo appena superato. Sulla sinistra, alti palazzoni anni Settanta fanno da copertura a cortili occupati da automobili malconce, ad altre palazzine maltenute con terrazzi colmi di panni stesi, ma anche ad abitazioni curate, nascoste, forse spaventate da quel contorno. I palazzi vecchi proseguono ancora per qualche metro, alcuni con vista strada, altri più celati.

 

 

Proprio su questa strada si susseguono una parrucchiera e un’estetista: la cura per la bellezza è sicuramente la priorità di questi negozi, nuovi e moderni anche nelle vetrine e nell’arredo, ma tutt’attorno c’è gran poco di bello. Ci sono alcune casette con la porta d’ingresso che si affaccia direttamente in strada, con finestre vetuste e tapparelle arrugginite: si tratta di quelli che una volta erano negozi e che ora sono solo ruderi. Lungo questo lato della carreggiata non ci sono neppure i marciapiedi e non è rassicurante camminare rasente a una strada usata come scorciatoia, con le auto che sfrecciato a velocità impensabile per un’area urbana.

 

 

Capannoni e tanti sogni. Il nostro percorso prosegue verso il centro: spostiamoci in via Marconi, dove dormono un sonno tombale gli stabili dell’ex area Mazzoleni. Ben 3500 chilometri quadrati di capannoni, alcuni in buono stato, altri veri e propri ruderi a cielo aperto, con vetri rotti e facciate corrose. Al di là delle condizioni, dovute all’inutilizzo, questi muri grigiasti sono un vero pugno in un occhio per la città: è infatti il panorama che all’angolo di via Alberto da Giussano, come anche lo spettacolo dei condomini così sorti tutt’attorno, nonché quello di nuovi palazzi in via di costruzione, poco distanti dal cineteatro «Gavazzeni». Naturalmente, se i progetti per il recupero e la riqualificazione dell’area prima o poi andassero a buon fine, l’area sarebbe rivalorizzata e dai balconi gli abitanti potrebbero vedere parchi, piazze, residenze… Al momento però c’è la triste realtà dei capannoni fantasma.

 

 

Come in un film… Proseguiamo verso via Nazionale, arrivando al punto dove, da una parte, ci sono diversi parcheggi, dall’altra un’edicola, un bar, un ristorante elegante (ora «Da Giò», un tempo la storica «Faraona»). Qui basta proseguire per una ventina di metri per trovare un panorama fuori dalla realtà: per chi ha visto Stranger Things, è un angolo del Sottosopra; per chiunque abbia visto un film in stile Non aprite quella porta, questo è lo scenario ideale per girare un film dell’orrore. Un edificio scrostato dalle intemperie, deturpato dall’abbandono, con una porta d’ingresso Anni Settanta chiusa da catena e lucchetto. Segue un edificio di un piano soltanto, forse un tempo con dei negozi ma ormai la gente ha rimosso cosa effettivamente ci fosse all’interno; si continua con una cancellata verso l’ignoto e con uno stabile, chiuso da tempo immemore, con fitte grate alle finestre e un tetto traballante. Inquietante. Infine la stazione di rifornimento: il benzinaio ha chiuso i battenti da anni, eppure tutto è congelato come allora. C’è ancora la scritta «Aperto» e il relativo listino dei prezzi di diesel e benzina, le pompe, pur rovinate, ancora resistono, sopravvivono il giallo e il verde sgargiante della costruzione, restano sia il vecchio gabbiotto del benzinaio, sia lo stabile (chiamarlo «casa» non sarebbe adeguato) soprastante: l’unica speranza è che in questi luoghi dimenticati non sia diventati rifugi di clandestini o clochard. Proseguendo lungo la via, appena oltre il ristorante «Orchidea bianca», inizia la pista ciclopedonale, costeggiata dai binari della ferrovia e dall’impietoso spettacolo dei capannoni della Frattini, lasciati nelle mani del tempo e del degrado.

 

 

Fantasmi della memoria. Andiamo ora verso via Dante, costeggiando il centro storico, che ha diversi e rinomati problemi di degrado, soprattutto sociale. Giungiamo all’incrocio con via Battisti e via Cerioli: basta guardarsi intorno nell’attesa che scatti il verde del semaforo. A palazzine ordinate, con facciate colorate e decorose, si alterna qualche edificio d’epoca, in particolare proprio uno grigio all’angolo, sopra le pompe funebri e la piadineria, quello ridotto peggio: vecchio, scrostato, sporco, eppure in pieno centro città. Anche in via Battisti l’ex ospedale odora di vecchio: pur grigio e deturpato dalle intemperie, sembra voler ricordare i bei tempi andati con quella precaria scritta «Ospedale Bolognini». Poco oltre una casa dalle pareti scrostate e dalle griglie traballanti, dietro un’altra palazzia sulla via del cedimento: aree abbandonate che, silenziosamente, continuano a vivere in balia dello scorrere degli anni e dei decenni. Poco oltre, dal civico 23 al 31, una costruzione che un tempo ospitava piccoli negozietti, mentre ora le grate arrugginite e le pareti piene di scritte caotiche riempiono la facciata. Nessuno si ricorda più cosa ci fosse in quei locali.

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