Come la tv e la stampa italiana
han trattato la notizia del terremoto

La nefasta conta dei cadaveri e dei danni non è ancora conclusa. E mentre il Paese riparte con la sua quotidianità, ora che le ferie sono finite per quasi tutti, ci sono circa 2.500 persone che invece l’hanno persa per sempre. Restare indifferenti è praticamente impossibile, ed è una cosa positiva. Proprio davanti alle avversità l’Italia riesce a riscoprirsi un Paese unito e forte. La raccolta fondi a favore delle popolazioni colpita dal terribile terremoto della notte tra il 23 e il 24 agosto scorso sta andando benissimo (QUI potete trovare tutte le informazioni per dare anche il vostro contributo) e tantissime sono le persone che, nel loro piccolo, stanno dando una mano. Purtroppo, però, questa tragedia ha portato a galla anche un altro problema di non poco conto per l’Italia: il livello medio dell’informazione.

 

 

I media stranieri meglio dei nostri. Da giorni e giorni i principali media nazionali stanno affrontando la notizia del terremoto, ognuno con il proprio stile. E a distanza di quasi una settimana dai fatti è possibile fare un’analisi su come la vicenda sia stata affrontata. Tra i primi a compiere questa disamina è stato Gianluca Neri, sul web meglio noto come Macchianera, blogger italiano di successo, autore di programmi televisivi e radiofonici e scrittore. Neri, sul suo sito, ha pubblicato un eloquente articolo intitolato Il giorno in cui in Italia morì la stampa. Il concetto è semplice: davanti al dramma del terremoto, l’informazione nostrana non è stata in grado di gestire l’emergenza. Se su Twitter, già nei primi istanti sono iniziate a fioccare testimonianze dirette, cronache dell’evento e news, i principali siti italiani e le reti all news sono invece arrivate con colpevole ritardo. I primi a dare la notizia sono state Radio 1 e poi RaiNews, comunque circa una mezz’ora buona dopo il sisma. Poi è arrivata anche SkyTg24, ma soltanto dopo che la notizia era già stata data dalle principali emittenti internazionali: CNN, BBC, NBC e perfino Fox News. Com’è possibile? Il fatto, sottolinea Neri, è che oramai da anni all’estero usano Twitter come strumento d’informazione e così, non appena l’hashtag #terremoto è partito, le grandi reti d’informazione straniere si sono buttate sulla notizia. In Italia, invece, ciò accade ancora assai raramente. Teoricamente, però, nelle redazioni online dovrebbe andare meglio. Invece…

 

 

La figuraccia del CorriereInvece non è andata proprio così. Se Repubblica e Il Messagero sono stati lestissimi a dare almeno la notizia (sebbene senza grandi approfondimenti), a farci la figura peggiore è stato il Corriere. In via Solferino, infatti, la notizia hanno pensato bene di metterla online soltanto alle 5.30, praticamente due ore dopo il sisma. E, per di più, male. Tanto clamore ha suscitato il post di Facebook di Selvaggia Lucarelli nel quale la nota opinionista ha sottolineato i clamorosi errori in cui sono incappati quelli del Corriere nel dare la notizia: Amatrice era diventato un fantomatico (e inesistente) paese chiamato Matriciana e l’epicentro, dal Lazio, era stato spostato addirittura in Molise. La Lucarelli è stata accusata di fare una polemica sterile in ore di così grande dolore, ma in realtà si tratta di un problema fondamentale: immaginate di essere voi le vittime del sisma, di non aver più nessun mezzo attraverso cui informarvi se non il vostro cellulare, di entrare online e di non trovare la notizia sul sito del più importante quotidiano d’Italia. O peggio: quando la trovate, è riportata con inesattezze grandi come una casa. Non è un piccolo errore, è un grave errore. Come scrive Neri: «Metti che ti è crollata la casa (ma metti anche solo che l’hai abbandonata per scendere in strada e metterti al sicuro), a chi ti rivolgi per avere informazioni su quello che sta succedendo quando non puoi più accendere il televisore? Penso: uso il cellulare – che è molto più probabile mi sia portato dietro – e vado sul Corriere, perché mi fido. E sbaglio. Perché invece dovrei aprire Twitter o trovare il modo di ascoltare Radio 1. Perché quello che non so in quel momento – e non è un bel momento: sono sconvolto; molto preoccupato per me e per i miei cari; non so che cosa stia succedendo intorno a me e non vedo ancora arrivare i soccorsi – è che il Corriere se ne fotte di dirmi che cosa è successo fino a che non è più o meno ora di colazione».

 

 

Il pubblico premia SkyTg24. Insomma, le prime ore successive alla tragedia le cose non sono proprio state gestite brillantemente dalla stampa nostrana. Ma i giorni successivi? Le cose sono, in parte, migliorate. Nel senso che è stato il pubblico stesso a fare una scrematura tra un’informazione ritenuta positiva e una, invece, ritenuta non all’altezza. Lo dimostrano i dati di ascolto del 24 agosto, con SkyTg24 che ha registrato 7 milioni di spettatori unici e uno share medio giornaliero del 3,72% e 320mila spettatori medi nell’arco delle 24 ore. Negli orari di punta gli spettatori medi sono stati ben 541.477, pari all’8,53% di share. Dietro la all news di Murdoch, La7: 3,45% di share medio negli orari di punta. RaiNews si ferma al 2,87%. Crolla TgCom con un misero 0,94%. I dati Auditel, dunque, raccontano di come l’italiano abbia preferito al sensazionalismo “studioapertiano”, un’informazione trasparente, priva di forzature emotive, basata sul racconto dei fatti e sulle testimonianze. Un esempio semplice: quasi nessuno dei tanti servizi di SkyTg24 era accompagnato da una colonna sonora, con l’intento di lasciare centralità assoluta alle immagini e alle parole dell’inviato sul posto; i servizi targati Mediaset, invece, erano per la maggior parte improntati su storie di singole vittime del sisma ed erano praticamente tutti accompagnati da musiche emotivamente coinvolgenti. Una differenza apparentemente piccola, ma che in realtà racconta molto di come le due redazioni abbiano deciso di affrontare la notizia. E il pubblico ha premiato Sky.

 

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Il web e il sensazionalismo. Infine c’è Internet e il fantastico mondo della carta stampata. Il nostro direttore Ettore Ongis, dall’alto della sua pluriennale esperienza nel mondo del giornalismo, in un chiaro editoriale ci ha raccontato come, negli anni, davanti a certe tragedie si è istituita «una specie di procedura nel racconto: il primo giorno la conta dei morti e dei danni, il secondo l’eroismo dei soccorritori, il terzo il miracolo di quelli trovati ancora vivi tra le mura crollate e il quarto le polemiche. Un copione improntato al rispetto di una gerarchia. Adesso che il tempo non c’è più, ed è la velocità a imporre i suoi ritmi, è come se tutto fosse finito in un frullatore e il rumore di fondo è talmente forte da anestetizzarci, con il rischio di coprire (e nascondere) i fatti». In altre parole: la velocità dell’informazione, e dunque Internet, ha scompaginato questa gerarchia informativa, togliendo subito spazio al dolore per fare invece spazio alle polemiche. Dello stesso avviso è anche Luca Sofri, direttore de Il Post, che in un articolo del 26 agosto sottolineava come «il modo in cui vengono confezionate per i lettori le notizie di questi giorni è la più efficace dimostrazione dell’inclinazione non a dare informazioni ma a dare “emozioni” già precostituite: neanche a “suscitarle”, ma a decidere a priori quali debbano essere, a predefinirle e a far prevalere l’emozione sul fatto, scegliendo e indicando per ogni fatto l’emozione relativa, come da un menu (menu piuttosto povero, tra l’altro: brividi, paura, una manciata di aggettivi). […] Il risultato è di abituarci non solo alla necessità di emozioni sempre più artificiosamente esagerate per interessarci a una notizia o a una storia (che invece sarebbero sufficienti a impressionarci per il loro contenuto), ma anche a che queste emozioni siano decise al posto nostro, impoverite in una piccola scelta dal catalogo dell’enfasi, prefabbricate». Crediamo non ci sia altro da aggiungere.

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