Alternanza scuola-lavoro, così no
A dirlo sono i liceali bergamaschi

Debolezze, controsensi e assurdità nella scuola. E l’alternanza scuola lavoro ne è l’immagine perfetta. L’hanno detto gli alunni di una quinta liceo di Bergamo, al convengo tenutosi il 23 novembre all’ex convento della Ripa di Albino, sulla figura di Attilio Manara. «Per evitare la genericità di un elenco, preferiamo concentrarci su un problema che particolarmente ci preoccupa: la tendenza sempre più marcata a improntare la scuola a un modello aziendale». La continuità fra le riflessioni del sindaco (morto vent’anni fa) e quelle degli studenti intervenuti la si può trovare nei loro pensieri critici sulle esperienze di alternanza che oggi sono in auge. «La recente introduzione dell’Asl (Alternanza Scuola Lavoro) anche nei licei testimonia quale sia considerato l’obiettivo primario della scuola: formare innanzitutto un buon lavoratore, che sia in grado di inserirsi velocemente nel mercato del lavoro. La nostra valutazione sull’esperienza del percorso di alternanza è generalmente negativa, non tanto per le tipologie di esperienze che abbiamo fatto, ma per come sono state organizzate e concepite. Abbiamo riscontrato problemi di varia natura. In primo luogo, la presenza di una valutazione di un tutor interno alla scuola che di fatto non ha seguito il percorso dello studente, e quella di un tutor esterno che spesso non ha strumenti valutativi adeguati».

Insomma l’azienda, con i suoi operatori, non è in grado di insegnare in maniera significativa e gli insegnanti non sanno utilizzare le discipline scolastiche per comprendere, in modo formativo, il mondo del lavoro. Un vecchio artigiano presente al convegno, sentiti gli studenti, così riassume brutalmente il loro pensiero: «L’azienda insegna solo a obbedire al padrone; le persone devono solo imparare ad adattarsi all’organizzazione aziendale». Il documento degli studenti ha rilevato inoltre altri aspetti, secondari ma non meno importanti, delle esperienze di alternanza scuola-lavoro: «Talvolta alcuni enti si sono trovati in difficoltà a realizzare dei progetti formativi che fossero adeguati alle capacità, anche pratiche, degli studenti, creando una situazione di disagio da entrambe le parti. Infine, data l’arbitrarietà della legge nel definire cosa rientri nell’ambito dell’alternanza e l’elevato monte ore previsto per i licei (inconciliabile con le ore scolastiche curricolari), moltissime attività di ogni genere (teatro, gita, open day…) sono state tradotte in progetti di alternanza, svalutando tanto il senso della formazione culturale e di quella professionale, con cui finiscono per sovrapporsi e confondersi». Inoltre, rileva il documento, «il criterio di efficienza» viene anche «imposto ai professori, proprio come in un’azienda. Tale logica porta a considerare gli studenti che per vari motivi rimangono indietro come un intralcio al progresso della classe e al raggiungimento degli obiettivi ministeriali (i tanto temuti programmi)».

A sentire questi studenti, avrebbe certamente esultato il presidente emerito della Corte Costituzionale. Gustavo Zagrebelsky, che sul quotidiano La Repubblica del giorno dopo, il 24 novembre, proponeva, fra l’altro, una chiamata alla resistenza civile: «A chi burocratizza la scuola e l’università per trasformarle in avviamento professionale si oppongano i diritti della cultura». Il documento è stato letto da una studentessa all’inizio della tavola rotonda, prima degli interventi dei professori Carlo Sini, Florinda Cambria, Francesco Cappa e Laura Ferretti. Ha attualizzato pensieri e prassi di Attilio Manara. Ha rilevato una figlia del professore, morto il 22 novembre 1998: «Nell’unire la voce attuale dei ragazzi con gli scritti di Attilio ci è sembrato di seguire un filo invisibile che li legasse». Egli avrebbe certamente condiviso, e i suoi scritti contenuti nel libro presentato lo confermano, il pensiero positivo sulla scuola espresso dagli studenti, ma anche la critica di fondo avanzata. «Indubbiamente la scuola ha svolto un ruolo di primo piano nelle nostre vite fino ad ora; è stata occasione di crescita, formazione, incontri, fatica ma anche luogo di passioni e per questo ne riconosciamo il valore formativo ed educativo».

Lo stesso Attilio Manara era stato protagonista di un’esperienza formativa delle Acli di Bergamo, che, nel 1988, dopo un lavoro con insegnanti delle scuole medie di Albino, avevano pubblicato un libro, Il lavoro che cambia. Percorsi di orientamento alla vita lavorativa. Unità didattiche e materiali formativi per la scuola e il territorio, che cerca di portare nella scuola il lavoro come materia di studio e di riflessione, non imporre l’azienda come modello. Quelle unità didattiche che coinvolgono le discipline della scuola media nello studio del lavoro, sono costruite su momenti forti di visite e incontri con il territorio lavorativo, non per aiutare a entrare nel mercato del lavoro e adattarvisi, ma per dare gli strumenti culturali agli studenti e per orientarli al suo cambiamento continuo, in un processo di autoformazione e autorientamento. In quel libro Attilio Manara si era soffermato in un capitolo, in parte ripreso nella nuova pubblicazione odierna, Sul concetto di orientamento. Il libro, con scritti di e su Attilio Manara, curato dalla professoressa Alessandra Pozzi, è reperibile presso la sede della Cooperativa La Fenice, che l’ha edito con l’associazione Diaforà, in Cà Gromasa ad Albino.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.