Lo scandalo del debito di Roma
che adesso pagheremo tutti noi

Certamente era difficile immaginare che un governo con i leghisti in maggioranza si decidesse a fare un regalo di dodici miliardi a Roma, la città “ladrona” secondo il credo bossiano. E invece così è andata. Nel Decreto Crescita appena approvato dai gialloverdi è contenuta una norma grazie alla quale il debito accumulato dalla capitale fino al 2008 passa allo Stato. Non sono spiccioli, ma ben dodici miliardi, come detto. E non erano nel bilancio del Comune di Roma perché dieci anni fa il governo aveva deciso di creare una gestione commissariale dell’enorme debito, evitando che Roma finisse in default. Da allora questa “bad company” che ha gestito il debito è costata cinquecento milioni l’anno: duecento a carico del Comune stesso e trecento a carico dello Stato. I duecento a carico del Comune sono stati pagati dai cittadini romani che avevano l’addizionale Irpef più alta d’Italia (0,9 per cento) e da tutti coloro che atterravano a Fiumicino o a Ciampino che senza saperlo hanno versato per anni un euro alla volta alle casse della capitale. Ora tutta questa massa intricatissima di debiti finisce in pancia al ministero delle Finanze che dovrà vedersela con i vari creditori.

 

 

Ma come si è arrivati ad accumulare un debito di queste dimensioni? Di dodici miliardi, nove sono debiti finanziari. In particolare pesa il Boc (cioè un bond comunale) emesso dall’imperturbabile Walter Veltroni quando era sindaco della capitale nel 2004. Un bond emesso al tasso del 5 per cento, in soluzione unica con scadenza nel 2048: a oggi ha 3,6 miliardi di debito, tra capitale di 1,4 miliardi e interessi di 2,2. Si tratta di un’operazione che oggi non sarebbe più permessa dalle leggi di finanza pubblica, ma in cui improvvidamente la giunta capitolina si lanciò: c’è da chiedersi quali saranno gli interessi da pagare a fine corsa, fra trent’anni… Il resto dei debiti, cioè i tre miliardi fuori da quelli finanziari, sono una selva di numeri legati a espropri e contenziosi vari. In buona parte risalgono ad anni lontanissimi e in tanto casi non si è neppure più in grado di rintracciare i creditori.

 

 

Perché si è arrivati a questo passo? Perché per la gestione commissariale non sarebbero più bastati i cinquecento milioni stanziati sino ad ora. E quindi l’ulteriore aggravio avrebbe appesantito ancor di più i disastrati bilanci ordinari di Roma. Ovviamente la cosa non è piaciuta a tutti. E da Milano l’assessore al Bilancio della giunta di sinistra, Roberto Tasca, ha definito “indecente” il provvedimento, perché mette a carico di tutti un debito di alcuni. Quindi ha detto quello che in altri tempi la Lega avrebbe gridato nelle piazze… Ma oggi il bossismo a quanto pare è davvero tramontato e Salvini bada di più al serbatoio elettorale della capitale che a quello già abbastanza blindato del Nord.

 

 

La notizia dell’abbuono del debito di Roma arriva in coincidenza con quella di un piccolo comune del Nord che si mette in vendita per mancanza di fondi: è l’iniziativa clamorosa di Esino Lario, sulle montagne lecchesi, che venerdì con una pagina di pubblicità sul Corriere della Sera ha annunciato la messa in vendita di alcune parti del suo patrimonio. Sul cartello di ingresso insieme al nome ora spicca su fondo rosso un “AAAVendesi”. Si può comperare una panchina o anche la Via crucis che porta alla Chiesa. Che ne dice Salvini?

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.