Lo sfogo di un prete dimenticato
«I miei confratelli? E chi li vede mai»

«Il golfo di San Francisco è bello – dice – il più bello, e in mezzo c’è un’isola bellissima». Alcatraz. In uno studio con tre sedie e tanti libri, dove neanche il caldo di questi giorni osa entrare, il don Giuseppe allarga le braccia e conta gli anni di mancati incarichi pastorali sui suoi 77 di vita: dal 2011, quando ha lasciato la parrocchia che aveva condotto per trent’anni. La sera guarda i colli e pensa: San Francisco, terra bruciata attorno, questa ferita nell’anima. Alla curia, o meglio a quel paio di preti che hanno diretto il suo congedo, aveva chiesto: «Ditemi dove vado, a fare cosa, datemi una parrocchietta, un santuario». Loro gli hanno allungato un paio di tiri mancini, e poi l’hanno messo qui. La gente si è accorta che non è venuto a morirci, in questa casa che hanno sistemato e vorrebbero fargli vivere come un buen retiro. Lui dice la Messa, confessa. Confessa tanto, lo ripete tre volte. «Il confessionale», dice lasciando la parola in sospeso. E poi studia e legge, ma questo da sempre.

 

[Il vescovo Francesco Beschi]

 

La sua biblioteca era molto più ampia, una volta, dentro ci suonava sempre Bach; alcuni dei suoi libri sono nelle case dei vecchi parrocchiani, altri prestati (mai più restituiti) a giovani preti che non hanno capito: un piccolo pugno sul tavolo sottolinea l’affetto per quelle pagine perse, cascate nel vuoto. Cita autori americani, Carver, Plath, Dickinson, ma sulla mensola si trovano anche Carofiglio e Concita De Gregorio. Indica le sezioni: «Là sopra c’è tutto Mazzolari, sotto l’Ebraismo, là Guareschi; che cristiano d’eccezione era Guareschi». «Lei legge tanto», gli ha detto il vescovo quando è venuto a trovarlo l’ultima volta. «Sì, a cosa vale ora che non lo posso raccontare a nessuno?», ha risposto lui, che l’esegesi biblica, i padri del deserto, il salmo 139, la voce di Dio a Elia in un silenzio sottile. È solo un piccolo elenco di quello che ha lasciato in quei trent’anni nel cuore dei suoi parrocchiani. Solo un piccolo elenco della sua impostazione, la Bibbia prima, il Vangelo prima, poi le favolette del catechismo, i colori e i giochi.

Insistiamo con le domande, ripartiamo dalla lettera anonima indirizzata al vescovo. «Venite a chiedermi parresia», dice lui. “Parresia” devo cercarlo su Google: franchezza nel dire il vero. Racconta. Ha visto l’ultima volta il vescovo cinque anni fa, due anni dopo essere arrivato qui. È venuto a trovarlo all’orario in cui lui avrebbe dovuto celebrare una Messa, l’hanno sostituito. Si è seduto davanti alla scrivania, vicino a lui. Dice: «Questo vescovo va bene, se ascolta». La virgola è una lunga pausa: il “va bene” è posto sotto stretta condizione di quel “se”. Al vescovo quella volta ha detto: «Eccellenza, forse dovreste curare un po’ di più la virtù del discernimento, sa, Ignazio di Loyola». Scegliere a chi affidare cosa, scegliere. Poi indica il telefono: «Eccellenza, io non pretendo che lei mi chiami tra quindici giorni, o che venga a trovarmi, ma questa cornetta è qui, io rispondo». Ci guardiamo. «L’avete più sentito voi?». Il don non ce l’ha col vescovo, comunque, questo è bene dirlo. Anzi. È triste per…

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 5 del BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 4 luglio. In versione digitale, qui.

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