A voi, miei cari critici gastronomici
Vediamo di stare tutti molto calmi

O tu, piccolo giornalista di provincia che ti affanni e brami un palcoscenico e un «bravo!»; o tu, grande giornalista (sempre di provincia) che conti al tuo attivo un milione di battute spazi inclusi ma pecchi ancora di leccaculismo; o tu, medio giornalista, che proprio giornalista non sei, che ambisci a inviti, pranzi, cene, viaggi-premio e inviti stampa; o tu che rivendichi con ironia grossolana proprietà intellettuali su sfumature di concetto di singole minuscole parole; o tu, che hai scelto di scrivere di cose che se magnano, perché così potevi andare a magnare senza pagare (il più delle volte); o tu, stimato critico, senza critiche, che con ostentata superiorità citi gli ultimi ristoranti in cui hai cenato snocciolando nomi tanto impronunciabili quanto poco memorabili, che sembri quello che in una conversazione cita i film in polacco con sottotitoli in svedese, e concludi sempre con un beffardo «e tu, in quanti ristoranti stellati sei stato quest’anno?». O tu, piccolo giornalista, che parli con la punta del naso verso l’alto, tu, che non fai nemmeno finta di sfiorare il portafogli tanta è la sicumera, tanto sei certo di esserti asservito al ristorante di turno che prima si inchina e poi, varcata la porta, ti sputa; o tu, che dici di conoscere bene l’Enrico; o tu, minuscolo giornalista che credi davvero di fare un servizio sociale scrivendo un trafiletto (e forse è davvero così); o tu, miserabile freelance che sputa sentenze come l’ominicchio di Sciascia, che in fondo è come un bambino che si crede grande, una scimmia che fa le stesse mosse degli altri. E infine tu, che conti le amicizie di chef con mania catalogatoria, con cipiglio da collezionista, che sfoggi numeri di telefono e selfie e scatti e video e quasi-amicizie, a voi tutti, e al sottoscritto, ho solo una cosa da dire: stiamo tutti molto calmi.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.