Perché i migranti evitano Malta?

Il problema dell’immigrazione, per l’Italia, è sempre più grave. Migliaia di persone, mese dopo mese, si imbarcano dalle coste africane con la speranza di arrivare, sane e salve, nel nostro Paese. Rischiano la vita, lo mettono in conto, nella speranza in un domani migliore. Lampedusa e il canale di Sicilia sono oramai coste che da anni e anni rappresentano la fine di un incubo. Una domanda, però, tanti italiani se la sono posta: perché arrivano tutti a Lampedusa e nessuno a Malta? Una domanda logica vista la vicinanza delle due isole, rafforzata anche dalle dichiarazioni di Andrew Mallia, capo della squadra marittima delle forze armate maltesi, a Repubblica: «Rifiutano i nostri soccorsi». Sognano l’Italia, agognano l’Italia. Già, ma perché Malta no?

 

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Il premier Matteo Renzi, nel discorso tenuto in aula una decina di giorni fa, si riferì a Malta come «il Paese più piccolo ma con un grande cuore, che ha avuto il coraggio di collaborare in modo molto serio». In realtà, se questa piccola isola del Mediterraneo è tornata ad aprirsi ai profughi è merito del nuovo premier Joseph Muscat, che in due anni ha investito oltre dieci milioni di euro per le politiche di accoglienza, ma nelle menti di chi lascia l’Africa c’è ancora ben impresso il ricordo della politica decennale del precedente primo ministro maltese, Lawrence Gonzi, che introdusse i respingimenti in mare. Da allora Malta è nota come l’Alcatraz del Mediterraneo, la terra dove nessuno dei disperati che parte dalle coste del Maghreb vuole mai arrivare. Piuttosto si rischia di morire, ma Malta no. Perché chi arriva a Malta sa di non avere più vie di fuga. Lo ha raccontato in un interessante articolo su Il Fatto Quotidiano il giornalista Davide Vecchi, che ha visitato quel piccolo scoglio di 400mila anime. Arrivare a Malta significa rischiare di rimanerci bloccati anche per 10 anni, significa la fine di un sogno. L’unica speranza è l’asilo politico, ma lo status di rifugiato può arrivare anche dopo 12 mesi di detenzione e la permanenza negli appositi centri d’accoglienza è permessa fino a 18 mesi. Che poi parlare di centri d’accoglienza è un eufemismo: sono veri e propri carceri. A Malta ce ne sono 4 e non importa quanti anni abbia il profugo: chiunque sbarca a Malta è in uno di quelli che va a finire.

Per tutti coloro che malauguratamente finisco in quest’isola invece che in territorio italiano, passaggio obbligato è il Floriana, centro gestito dalla polizia maltese. Qui, tra le recinzioni e il filo spinato, ci possono stare fino a un massimo di mille persone. Per 24 ore su 24, 365 giorni su 365, tutti i migranti sono controllati da almeno 4 guardie armate fino al collo, con turni di 8 ore ciascuna. Il Tà Kandja è un altro “detention centre”, gestito nella stessa maniera del Floriana. Una volta giunti qui, i migranti vengono poi smistati in altri centri, cioè quelli di lunga (lunghissima) permanenza: l’Hal Far Barracks e l’Hal Safi. A differenza dei precedenti, questi sono gestiti dal primo reggimento delle forze armate maltesi, ovvero dall’esercito. Sono a tutti gli effetti delle zone militarizzate. In mezzo ai casermoni spuntano grandi tende, ognuna delle quali ospita fino a 20 migranti. L’unico svago è rappresentato da due campi da calcio.

Le condizioni di vita dei pochi che finiscono a Malta non sono certo migliori di quelle che vivevano prima di imbarcarsi. Fino al 2009, nei centri di Hal Far Barracks e Hal Safi, era presente l’organizzazione Medici Senza Frontiere. Ora, da 6 anni, se ne sono andati. Il motivo è che «non era più possibile svolgere l’azione medico umanitaria in maniera efficace». I documenti dell’associazione no profit spiegano che nei centri sono presenti appena 8 fornelli a gas per una media di 1.300 persone e che, nonostante le continue richieste alle autorità maltesi per migliorare le condizioni di vita, nessuno ha mosso un dito. «I centri presentano condizioni inaccettabili – continua il documento –. Ambienti malsani e promiscui, spazi sovraffollati, vetri rotti, scarsità di letti e di beni di prima necessità, servizi igienico-sanitari inadeguati: sono le condizioni che fin da subito gli operatori hanno trovato nei centri di detenzione maltesi». La situazione ha da tempo allarmato anche l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), che ha creato sull’isola un ufficio di riferimento. Nessuno però, nel Governo, parla di questa situazione: riserbo totale.

 

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Il luogo in cui i profughi “vivono” in maniera più decente è Hal Far Hangar, centro situato proprio alle spalle di Hal Far: un insieme di container, con tanto di bagni e cucine. Le docce sono una dozzina, allagate e mal funzionanti. Le condizioni igieniche sono ridotte allo zero. Per tre volte a settimana i migranti vengono messi in fila e a ognuno di loro vengono consegnati 5 euro per vivere. Molti li usano anche per comprare prodotti necessari alla pulizia degli ambienti, nell’estremo tentativo di rendere vivibili quei luoghi. Quando qualcuno prova a protestare, come accaduto un mese fa, i soldi spariscono per un po’. Oltre a questi posti d’inferno, sull’isola ci sono anche cinque centri “aperti”, ovvero da dove i profughi possono anche uscire e provare a vivere. Uno di questi è a Marsa, a Sud di La Valletta: la zona è letteralmente invasa da migranti, ma non ci sono mai stati problemi di sicurezza. Tutti lavorano e tutti sono regolarmente pagati in modo legale. Lì hanno un letto e ogni giorno possono andare a lavorare, nella speranza, un giorno, di lasciare Malta.

La cosa più inquietante della gestione dei migranti a Malta è quella che ogni profugo non viene identificato con un nome e un cognome, non hanno un’identità, diventano semplicemente un numero. Tutto si basa sul numero: niente numero, niente cibo, niente cure mediche (minime), niente 5 euro. Ad oggi siamo vicini al numero 5mila. Ogni mattina i guardiani urlano i numeri, uno alla volta, per controllare che nessuno sia scomparso. I numeri ti permettono anche di sognare il diritto d’asilo. Tantissimi provano a comprarlo, ma se ti beccano è la fine. Per tutti questi motivi nessuno dei disperati in fuga dalla fame e dalla guerra desidera arrivare a Malta: perché qui anche l’ultima flebile fiammella di speranza viene spenta. Meglio il rischio della morte che l’Alcatraz del Mediterraneo.