Piantatela di dire che noi giovani
siamo svogliati e bamboccioni

Spesso accade che si finisca a spiegare tutto con un j’accuse generazionale alla Padoa Schioppa. I giovani non sono preparati, i giovani non hanno voglia di sacrificarsi, i giovani sono svogliati e via dicendo. È successo di nuovo, ed è l’orientamento più diffuso. È successo nel dibattito attorno ai cinquemila posti di lavoro disponibili in Bergamasca nel settore della ristorazione, scatenato dai dati diffusi da Ascom e commentati da un articolo de L’Eco di Bergamo. Parlano tutti: si parte dalle serie riflessioni della Federazione Italiana Pubblici Servizi («Nel mese di giugno sono stati creati centomila posti di lavoro ma per un’attività su quattro non si trova personale») e da quelle di Giovanni Zambonelli, presidente di Ascom Bergamo («Le scuole alberghiere non sempre preparano personale specializzato per le esigenze del settore, sarebbe necessario cercare più collaborazione con le associazioni di categoria per un’efficace alternativa scuola-lavoro»). Un modo serio di impostare un problema. Recepito, come spesso accade, a mo’ di conflitto generazionale in cui i giovani non sono, una volta di più, nemmeno interpellati.

Parlano i ristoratori. Nell’articolo de L’Eco, Norberto Maffioli della trattoria Da Norberto di Treviolo ha affermato: «I giovani se ne vanno perché ritengono il lavoro troppo pesante oppure li lascio a casa io perché non sanno fare quasi niente. È desolante». Ed ecco la conclusione “ovvia” del giornalista: «Può essere un harakiri per l’Italia il fatto che i giovani non siano preparati e non abbiano voglia di sacrificarsi». Dito puntato sui giovani, e adulti assolti. E così si può tornare a rivangare i presunti sacrifici che, a sentire i “baby boomers”, hanno fatto solo loro in quegli anni d’oro di cui tanto i giovani non possono sapere nulla, se non quello che si trova nei libri di storia. Come se l’economia dipendesse dallo spirito di sacrificio dei ragazzi. E non considerando la vita che molti giovani conducono, tra studio e lavoretti, ricevendo in cambio la derisione di molti adulti di vecchia scuola, quelli che «solo chi si sporca le mani ha la coscienza pulita». Un’analisi che sciupa anche gli “assist” offerti dalla seria interpretazione dei fatti dei vari Zambonelli, Petronilla Frosio, Alessandra Organista di Europe 3000. Su Facebook ogni post relativo alla questione è un trionfo di luoghi comuni sui “giovani d’oggi “ che «non hanno minimamente idea di cosa sia il lavoro, non si pongono il problema di essere professionali e per forza i titolari danno uno stipendio che è poco più di una mancia», come dice G.S., su “Sei di Bergamo se…”, uno degli habitat naturali dei “normies”, ovvero le “legioni di imbecilli” che Umberto Eco aveva visto alzarsi dai tavolini dei bar per prendere diritto di parola sui social in un beffardo intervento di qualche anno fa. Eppure proprio su quella pagina de L’Eco, nella spallina alla destra dell’articolo, c’è una delle risposte: «Ci risulta che molti diplomati nel nostro istituto – dice Louise Valerie Sage, dirigente dell’Alberghiero di Nembro – preferiscono continuare gli studi all’università in altri corsi, senza contare quelli che vanno all’estero a esercitare la professione di cuoco, cameriere, receptionist».

Viene un dubbio: non sarà che oggi i requisiti minimi per avere un posto rispettabile in società si siano alzati al punto da rendere quasi obbligatoria almeno una laurea? Non sarà che il lavoro stagionale – magari come cameriere in qualche bar o ristorante – possa risultare più un ostacolo alla formazione che una buona esperienza professionale? Non sarà che in un mondo di liceali prima e universitari poi, l’alberghiero e i vari professionali siano diventati, nell’immaginario di molti, il luogo in cui i giovani si parcheggiano («Faccio l’alberghiero perché non ho voglia di studiare»)? E poi, il mondo è profondamente cambiato, soprattutto a livello culturale. Gli ideali collettivi della generazione che oggi gestisce la maggior parte delle attività, ristorazione compresa, hanno lasciato il passo a un individualismo sfrenato. Assenza di prospettive e sproporzione tra sacrificio e risultato (val la pena studiare?) riempiono la testa dei giovani di domande sulla famosa questione del gioco e della candela.

Da Guccini alla trap. A proposito del cambiamento culturale: siamo passati dai canti di Guccini e di De André, da eseguire tutti insieme, magari con la chitarra (rituale condiviso e denso di significato), allo svuotamento semantico della trap, perché in un’epoca in cui nessuno conta, per molti l’unica redenzione è la tranquillità del nulla quando non l’autodistruzione. «Io studio e lavoro da quattro anni – dice Rita, una ragazza di 22 anni – e ho lavorato anche in diversi ristoranti. A parte il trattamento umiliante, più che pesante in sé, in generale la cosa più frustrante è che gente nata in pieno boom economico ti parli di sacrifici, come se loro avessero fatto qualcosa in più rispetto a quello che dobbiamo fare noi per avere un posto in società. Sono due epoche diverse, e la nostra è il prodotto della loro». «Quando sento un cinquantenne iniziare una frase con “i giovani d’oggi” mi viene il nervoso – dice Gaia, 21 anni -, a partire da mio padre: papà, negli anni Ottanta eri un paninaro milanese con la terza media. Ricordatelo bene prima di parlare dei giovani». «Non capisco perché debbano sempre metterla sul conflitto generazionale. La società la costruiamo insieme. E comunque i disoccupati ci sono anche tra i più vecchi. Tutta gente che parla, ma che a fare il cameriere non ci va», dice ancora Francesco, 22 anni. Insomma, se si vuole trovare una risposta seria al problema della penuria di manodopera, si approcci la questione con uno spirito critico e una consapevolezza diverse. Come hanno fatto del resto e per fortuna i vertici di Ascom. Se la si vuole buttare in caciara, ci si vede su Facebook o al baretto a fare gli ultras dei tempi andati.

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