C’è una regia internazionale
dietro alla Pasqua di sangue

Sarebbero stati i miliziani del National Thowheeth Jama’ath, un gruppuscolo islamico poco conosciuto, i responsabili degli attentati in sequenza che hanno insanguinato lo Sri Lanka nel giorno di Pasqua. Non ci sono state rivendicazioni, ma le autorità hanno puntato l’attenzione su questa organizzazione che si sarebbe mossa forte anche di una rete internazionale. Gli attacchi a chiese e hotel nel giorno di Pasqua, che hanno causato 321 morti, pongono alcuni interrogativi drammatici. Proviamo a riassumerli.

Perché si è voluto colpire proprio lo Sri Lanka? Secondo i più attenti osservatori, l’attentato è assimilabile a quello che ha insanguinato poche settimane fa la moschea in Nuova Zelanda. L’internazionale jihadista colpisce Paesi ai margini del grande scacchiere internazionale, quindi meno presidiati, dove è più facile portare a termine operazioni di grande spettacolarità mediatica. Le conseguenze sono drammatiche e allarmanti in quanto sono tantissimi e imprevedibili i possibili target.

 

 

Perché hanno potuto organizzare un attentato in modo così coordinato e diffuso? Domenica in Sri Lanka poteva avvenire una strage di dimensioni ancora maggiori di quanto è accaduto. Infatti oltre ai sei kamikaze che si sono fatti esplodere negli hotel e in tre diverse chiese, sono stati contati ben 87 detonatori, di cui alcuni rimasti inesplosi. Tra questi uno collegato a ben cinquanta chili di esplosivo. Sono state anche intercettate altre auto trappola. Questo rende l’idea di un attentato con manovalanza locale, ma con una regia internazionale.

Perché sono state colpite le chiese? I cristiani in Sri Lanka rappresentano una piccola minoranza: sono il 7 per cento della popolazione. Nella visione islamista la chiesa rappresenta un’“internazionale” religiosa controllata da Paesi stranieri. Quindi diventa un obbiettivo, specie se si scelgono giorni fortemente simbolici come la Pasqua. In realtà il santuario di Sant’Antonio, uno dei bersagli principali degli attentati, è un santuario nazionale, frequentato anche da non cristiani, che hanno una grande devozione per la statua del santo portata da Goa nel 1828. Quindi colpendo la chiesa di Sant’Antonio si è voluto colpire un luogo di pace e di convivenza religiosa.

 

 

Perché non sono stati presi sul serio gli allarmi lanciati dai servizi di sicurezza indiani? Da Nuova Delhi erano arrivati avvertimenti circa movimenti sospetti del National Thowheeth Jama’ath. Tre avvisi tutti trasmessi nei primi quindici giorni di aprile. Ma queste informative sono state vanificate dal contrasto politico che rischia di paralizzare il Paese: Il premier cingalese Ranil Wickremesinghe ha detto di non essere stato informato e ha promesso un’indagine sul perché non sono state prese adeguate precauzioni, in aperta polemica con il presidente Maithripala Sirisena, che è anche responsabile delle forze di sicurezza. Anche il capo della polizia srilankese aveva messo in guardia da possibili attentati, con obiettivo in particolare “chiese di rilievo”, ma è rimasto inascoltato.

Quali sono le conseguenze per lo Sri Lanka? Sono pesantissime, perché determineranno un crollo dei flussi turistici (sono 39 gli stranieri rimasti uccisi). Non bisogna dimenticare che lo Sri Lanka è passato per una sanguinosa guerra civile durata oltre trent’anni, e ora, secondo gli osservatori, negli ultimi anni nell’isola è cresciuta una coscienza nazionalista dei buddhisti, rivolta anche contro i cristiani, visti come responsabili per le atrocità del periodo coloniale. Non a caso negli ultimi tempi le comunità cristiane hanno denunciato ottantasei episodi di violenza nei loro confronti.

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