Remuzzi e l’assurda legge 161:
«Così crolla il sistema sanitario»

«La verità è che dei sindacati che rappresentano pochi medici stanno mettendo in ginocchio un intero sistema». Non usa la diplomazia il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Unità di Nefrologia dell’ospedale di Bergamo, professore del Dipartimento Scienze Biomediche e Cliniche della Statale di Milano, coordinatore delle Ricerche dell’Istituto Mario Negri Bergamo, membro del Consiglio di amministrazione dell’Istituto Superiore di Sanità ed editorialista del Corriere della Sera.

La legge 161/2014. È proprio dalle colonne del quotidiano che Remuzzi, già tre anni fa, lanciò l’allarme. Quello contro la legge 161/2014, applicazione della direttiva europea 93/104, emanata nel 1993, rivista nel 2003 e recepita dall’ordinamento italiano solo nel 2014, con efficacia attiva dal novembre 2015. Questa normativa prevede che i medici non possano lavorare più di 48 ore settimanali (straordinari compresi); che ogni medico, nel corso delle 24 ore, abbia un periodo minimo di riposo di undici ore; che per ogni periodo di lavoro di sette giorni, il medico debba beneficiare di un periodo minimo di riposo ininterrotto di 24 ore, a cui si sommano le undici ore giornaliere. L’Italia ha derogato l’applicazione di questa direttiva finché ha potuto, poi, quando l’Europa ha avviato una procedura di infrazione, s’è vista costretta a muoversi. Causando un effetto a catena che, secondo Remuzzi, «rischia di far crollare l’intero sistema sanitario».

 

 

A Bergamo i nodi sono venuti al pettine la scorsa settimana. Nel 2017, infatti, l’Ispettorato del Lavoro, probabilmente sulla spinta di Anaao e Assomed, le due sigle sindacali dei medici, ha redatto un report sull’attività dei dottori all’ospedale Papa Giovanni. I risultati hanno dimostrato come nessuno, di fatto, rispetti le regole. Gli straordinari (non pagati) sono a livelli elevatissimi, ben oltre il limite delle 250 ore medie l’anno previsto. La protesta delle sigle sindacali ha così convinto il direttore generale Carlo Nicora a incontrare tutti i primari dei reparti, chiedendo loro maggior attenzione nel rispetto della normativa. Anche perché, se ciò non accadesse, sarebbero gli stessi primari a pagarne le conseguenze con delle sanzioni.

Il sistema non reggerebbe. «La cosa più fastidiosa è che qui si mettono in dubbio le nostre capacità organizzative – commenta un collega di Remuzzi, interpellato dal professore stesso –. Ma come fai a prevedere cosa succederà da qui a due ore? Da qui a stasera? In questo lavoro è impossibile fare delle previsioni». Certo, ci fosse più personale la situazione sarebbe diversa… «Ma non per forza – spiega Remuzzi –. Il nostro lavoro è, prima di tutto, passione. Se io avessi a disposizione più personale, probabilmente aumenterei semplicemente il lavoro. Aiuterei più persone. È vero, i lavoratori hanno dei diritti, ma in medicina di diritti ce ne sono anche altri: quelli dei malati».

 

 

L’applicazione della direttiva europea, quindi, andrebbe a pesare su un problema cronico del nostro sistema sanitario, ovvero quello della carenza di personale (e l’ospedale di Bergamo, pur essendo un’eccellenza riconosciuta, è uno dei grandi ospedali lombardi con il minor numero di primari, ad esempio). Risultato: le liste di attesa diventerebbero ancora più lunghe e molti malati rischierebbero di restare senza cure. Insomma, il sistema non reggerebbe più.

«Non si può chiedere a un chirurgo che sta operando di mollare il bisturi e andarsene a casa perché deve riposare undici ore – continua Remuzzi –. In questo mestiere, siamo noi i primi a sapere quando dobbiamo riposare. Serve elasticità, non rigidità. E poi: la medicina richiede continuo studio, approfondimento, formazione dei più giovani. Se seguissimo alla lettera questa direttiva, be’, non potremmo più fare tutto questo».

E gli altri Paesi? Essendo però una direttiva europea, possibile che questi problemi siano sorti soltanto in Italia? In realtà tutti gli Stati sono andati incontro a delle difficoltà. Lo dimostrano i numerosi studi pubblicati su diverse riviste…»

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 4 di Bergamopost cartaceo, in edicola fino a giovedì 14 maggio. In versione digitale, qui.

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