«Il sistema non si regge, va rivisto»
Parla il chirurgo del Papa Giovanni

«Qui le cose vanno bene, ci mancherebbe, siamo in un ospedale di eccellenza e noi ci occupiamo di chirurgia e trapianti. Siamo in una Regione virtuosa e in un ospedale eccellente. Ci troviamo nel paradiso della medicina. Ma se fossimo meno ristretti sulle risorse umane, potremmo fare di più e meglio. E mi guardo intorno e so che in Italia tante cose non vanno, che si fa fatica a fronteggiare la realtà di un Paese che invecchia, le cui esigenze aumentano mentre le risorse diminuiscono». Michele Colledan è direttore del dipartimento di Chirurgia del Papa Giovanni. La sua equipe è famosa per i trapianti d’organo.

Lo spauracchio delle vie legali. Spiega nel suo ufficio al quarto piano della torre 4: «Certo che abbiamo tanti problemi, e aumenteranno. Prendiamo la questione della medicina difensiva. Non è un problema soltanto italiano, pensi che negli Stati Uniti quando esci dall’ospedale ti si affianca qualcuno di uno studio legale e ti chiede se va tutto bene, se hai delle lamentele, se magari hai dolori, per fare partire una causa di risarcimento. Da noi non siamo ancora a questo punto ma ci stiamo pericolosamente avvicinando. La nuova legge di recente approvata sul tema della responsabilità medica dovrebbe riequilibrare in parte la situazione». Colledan spiega che esiste il fenomeno di medici che prescrivono indagini anche non necessarie per evitare di avere noie, o che evitano gli interventi più difficili per la stessa ragione. Ma dice: «Personalmente non prescrivo mai un esame in più o uno in meno per ragioni “legali”. Credo che il sistema più giusto per difendersi senza rinunciare all’appropriatezza nelle situazioni più delicate consista nello scrivere tutto. Spiegare per filo e per segno, per iscritto, quali sono le ragioni che portano alle scelte e alle decisioni cliniche».

 

Il direttore del dipartimento di Chirurgia del Papa Giovanni,
Michele Colledan, specialista nei trapianti di fegato.

 

Troppa burocrazia. L’altro avversario dei medici è la burocrazia. Carte, fogli, modelli sul video del computer, voci da compilare che si moltiplicano. Dice Colledan: «È vero, ce n’è una valanga. Dopo le leggi Bassanini sembrava che finalmente si assistesse a un arretramento di tutto questo mondo fatto di documenti. Ma poi la burocrazia si è ripresa e addirittura si è appropriata di valori importanti, etici e di qualità e sicurezza che sono stati formalizzati. Così le “certificazioni di qualità” spesso si riferiscono all’esattezza dei protocolli burocratici, e poco altro. Per esempio, l’ultima novità sono le nuove norme anticorruzione che prevedono sia pubblicata tutta una serie di dati sulle situazioni patrimoniali e sugli emolumenti dei dirigenti pubblici. Personalmente non ho difficoltà in merito, anche se non credo che questo eliminerà la corruzione là dove esiste, ma perché devo fornire io questi dati perdendo tempo a compilare a mano moduli cartacei quando è già tutto a disposizione della pubblica amministrazione? Catasto, Registro Automobilistico, Cud. Con il codice fiscale si risale a tutto…».

Un’informatizzazione pachiderma. Anche l’informatizzazione, che potrebbe aiutare, non aiuta. «Perché è tutto lento, pachidermico, ridondante. E noi medici, non ci ritroviamo, non si tratta di resistenza all’innovazione, ci mancherebbe. Molti di noi usano abbondantemente l’informatica nella vita privata o nell’attività di ricerca clinica. La questione è che ci troviamo spesso davanti a un’informatizzazione pensata per generare il dato amministrativo più che per gestire la situazione clinica o per ottenere dati scientifici. Per non parlare di quando ci viene richiesto di lavorare in doppio, su supporto informatico e cartaceo».

 

 

Il personale ridotto al minimo. Il Papa Giovanni è un ospedale di alto livello, Colledan lo conferma, ma aggiunge che il sistema sanità in questa situazione fatica a reggersi, va rivisto profondamente. Gli ospedali sono in affanno, le aziende sanitarie pure. Colledan parla chiaro: «Sarebbe importante disporre di più risorse, anche per un ospedale come il nostro. Consideri che nel periodo estivo dobbiamo dimezzare le sale operatorie per mancanza di personale. Per molti tipi di intervento, differibili, questo non è un grosso problema perché anche i pazienti, se possono, preferiscono evitare di essere operati a Ferragosto, ma per gli interventi più importanti e indifferibili siamo costretti a fare salti mortali. Se il personale potesse essere gestito in modo più flessibile potremmo fare molto di più. Invece di avere un sistema meritocratico che premi, anche finanziariamente, chi è disponibile e si impegna per fare di più e meglio, qualunque differenziazione viene negata sistematicamente e dobbiamo sottostare, medici, infermieri e tecnici, a norme europee sugli orari di lavoro, che a giudizio di molti di noi sono ingiustificatamente rigide e che oggi in Italia vengono interpretate nel modo più restrittivo. Queste precludono ogni possibile flessibilità».

 

 

Uno strano conteggio delle spese. Quando l’ospedale lavora meno, le spese si riducono. Ma con questa logica si potrebbe chiudere bottega: non si spenderebbe più nulla. Dice ancora Colledan: «Fino ad oggi le spese degli ospedali e dei dipartimenti sono state confrontate solo con quelle degli anni precedenti. Così se il nostro dipartimento non riduceva i costi o addirittura spendeva qualcosa di più dell’anno prima, non andava bene. Nel prossimo futuro, finalmente, sembra che i confronti si faranno trasversalmente, in benchmarking, tra strutture ed entità comparabili. E verrà chiesto di allinearsi ai più virtuosi, cosa molto più ragionevole». Il reparto di Colledan effettua tra gli ottanta e i novanta trapianti di fegato all’anno, una dozzina di polmoni. Si aggiungono gli interventi di chirurgia al fegato e alle vie biliari. Affrontano tutto questo lavoro sei chirurghi, di giorno e di notte, per stipendi non proprio invidiabili.

Una revisione del sistema italiano. Dice Colledan: «Ma una revisione del sistema è necessaria. Se io mi rompo una gamba perché sto sciando, magari a Saint Moritz, dove dovrei pagare care le prestazioni sanitarie, forse non è ragionevole che rientrato in Italia il sistema si occupi gratuitamente di me esattamente come se mi rompo il piede perché mi casca un tubo di acciaio mentre lavoro. Non credo che questo sia più sostenibile dal sistema, ma ci vuole chiarezza».

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