Salviamo la piazza di Stezzano
con tante feste, come una volta

Il pescivendolo, con l’odore penetrante delle acciughe, del baccalà e di qualche pesce di fiume o lago, l’arrotino, le angurie del Mòmol, il filato del Petöl. E ancora: il barbiere, il maniscalco, la drogheria, la panetteria, la salumeria, la privativa «Sali e tabacchi». Piazza Libertà, nel secolo scorso, si presentava così. All’epoca si chiamava piazza comunale e pur essendo molto più piccola rispetto a oggi era il fulcro del paese.

Ora non è più così e, forse, non lo sarà più. A dirlo è lo studioso Antonio Lamera che, grazie ai documenti conservati dal Gruppo di ricerca «Stezzano, la Storia», è riuscito a ricostruire la vita di questo luogo che un tempo rappresentava il cuore del paese, il centro della vita, il punto d’incontro di una comunità. «La piazza quasi ultimata, che piaccia o no, è fine a se stessa – spiega lo storico –. Dei gusti non si discute, ma sarà sempre una piazza morta. Nonostante tutti i propositi, la pubblicità, i proclami e gli accorgimenti di qualsiasi Amministrazione o partito politico. Perché? Per la totale diversità della vita di oggi. Per la frenesia che ci accompagna o ci precede. Le automobili usate anche per i 100 metri che ci separano dalla bottega. Ora ci sono i tablet e gli smartphone, le cuffiette, la televisione con tutte le partite di calcio, Facebook e tutti gli altri social, i videogiochi (o peggio). Troppi impegni; palestra, piscina, camminate, i nipoti o figli da accompagnare. Dove ci si trova ora? Nei centri commerciali soprattutto, in pizzeria, al bar, nei pub, nelle varie feste organizzate, anche fuori paese. Allora, sessanta o settant’anni fa, non c’erano molte di queste cose. Così quasi tutti ci si trovava in piazza. Era il centro di ogni festa, concerti della banda, spettacolo dei Giupì o del piccolo circo familiare, il gioco dell’ancorina, le giostrine, le caldarroste del Triduo, i comizi dei partiti, le processioni e…

 

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