Salviamo Clanezzo, l’angolo
più bello della Bergamasca

È forse il luogo più bello della nostra terra bergamasca, patrimonio di tutti, cittadini e valligiani. È un posto dove la natura e la storia si sono alleati, hanno creato un angolo che i curiosi e i turisti definiscono “magico”. Siamo a Clanezzo, sul promontorio alla confluenza dei fiumi Brembo e Imagna, esattamente dove le due valli finiscono e si aprono verso la pianura. Un posto magico. Che sta andando in pezzi.

L’antico maglio. A cento metri da qui, sul fiume Imagna, si trovava l’antico maglio, costruito all’inizio del Cinquecento e in funzione fino agli anni Ottanta del secolo scorso. Ora è crollato. Caduto il tetto, cadute le pareti, ammalorati i canali. La fucina funzionò fino agli anni Ottanta, c’erano due anziani fabbri che ancora la conducevano. La casa torre, la dogana, giù, al ponte di Attone, è abbandonata e cadente. Dall’altra parte, sul Brembo, l’altra torre, con l’edificio che fungeva da porto, sta pure in condizioni pessime. Ancora se la passano bene i due ponti: la passerella in legno e ferro sul Brembo e il ponte di Attone Leuco sull’Imagna. Tutto questo patrimonio di storia e natura è raccolto in poche decine di metri, su un versante e sull’altro delle valli, che qui confinano.

Un posto magico. Un posto magico, sì. E lo sapevano anche i nostri antenati del paleolitico, che già frequentavano questa zona e hanno lasciato tracce qua attorno. Antenati del paleolitico, del neolitico e poi anche i Romani qui ebbero un insediamento (si sono trovate monete dell’impero e delle tombe, a fine Ottocento, quando si fecero i lavori per la chiesa di San Gottardo) che non si interruppe mai, visto che nel medioevo questo luogo era ben abitato con il suo castello fortezza, poi ingentilito nel XVI secolo e diventato il palazzo che vediamo oggi, cento metri sopra i fiumi e i ponti. Un posto magico che è in pericolo. L’antico maglio è perduto. Era un grande edificio in pietra, costruita sul pendio. Nella parte superiore c’era l’alloggio, ancora si può riconoscere il camino. Ma la soletta è sfondata, come il tetto, finita giù, in quello che veniva definito l’antro del diavolo. Perché lì sotto c’era il maglio, c’era il fuoco del carbone, picchiava il martello, girava la mola e tutto intorno era nero e sul soffitto, in alto, venivano giù delle ragnatele, nere anche loro. Chi lo ha visto in funzione, ancora in quegli anni Ottanta, ne parla con nostalgia. C’era un fascino profondo. Nel 2013 il Cai di Bergamo promosse un’iniziativa per salvare l’officina, organizzò anche una visita la domenica 3 marzo del 2013. Nel 2016, Cristian Riva fece un reportage fotografico, era febbraio, tre anni e otto mesi fa. Si era appellato alla Comunità montana, ma gli era stato detto che l’edificio era di un privato, e che non c’erano spazi di manovra. Ma è possibile che la sorte di un vero monumento del lavoro e dell’ingegno umano, vecchio di secoli, possa venire lasciato nelle mani di un singolo privato senza che la società, il paese, la Regione possano intervenire? Nemmeno le parole della rivista Orobie vennero ascoltate.

Le case torri. Ma è andata così. Ora il problema è: vogliamo che anche le case torri vadano perdute? O interverremo per salvarle? Una torre, con casa relativa, è quella che si trova dopo il ponte di Attone, proveniente dal territorio degli Almenno attraverso un’ampia mulattiera. Una torre quadrata, possente, forse addirittura di origine romana. In ogni caso, facilmente costruita insieme al ponte, alla fine del X o all’inizio dell’XI secolo. Una testimonianza eccezionale. La torre la chiamavano la “dogana” perché era sede del gabelliere, colui che riscuoteva la gabella, il soldo, per il passaggio del ponte da parte di persone, ma soprattutto di merci. Una sorta di pedaggio autostradale, perché i ponti rappresentavano un lusso. L’alternativa erano i guadi naturali e i traghetti. Un traghetto si trovava infatti dall’altra parte, a pochi metri, ma sulla riva del Brembo, dove è collocata l’altra torre, con casa annessa. La chiamavano il “porto” perché qui si prendeva la barca che attraversava il fiume e conduceva alla sponda dalla parte di Sedrina. Quando venne iniziato questo servizio non si sa, ma è probabile che abbia coinciso con l’avvio della Strada Priula che, dalla fine del Cinquecento, consentì ai mercanti di risalire la Val Brembana superando orridi e dirupi di Sedrina.

In ogni caso, del traghetto di Clanezzo con il suo “porto” si parla in un documento del 1614. Qui al “porto” abitava il barcaiolo e qui stava pure un’osteria che, documenti alla mano, venne chiusa nel 1829 perché – pare – mal frequentata. La casa è fatta a ponte: sotto di essa ci sono sassi e buio: da là sotto sgorgava un ruscello che oggi pure emerge dai sassi, ma appena più in là, come una sorgente, e dopo pochi metri va a buttarsi fra Brembo e Imagna, ormai fusi, insieme. Un altro elemento di fascino in questo incanto. Abitò qui in questa casa una signora, e fu l’ultima ad andarsene, negli anni Novanta. Da allora, l’abbandono. Stanno sparendo anche gli affreschi in facciata che raffiguravano delle scene di cavalieri medievali. Il traghetto venne travolto da una delle tante piene del Brembo dopo il 1875 (si sa che in quell’anno venne rinnovata la concessione al barcaiolo). Il fiume allora era molto più ricco di acqua rispetto ad oggi, perché ancora non esistevano dighe e canali. Venne deciso da parte di un privato, Vincenzo Beltrami, di costruire una “passerella” in ferro e legno, opera ardita per quei tempi. Era il 1878. Pochi anni dopo, con la costruzione di dighe e canali, il fiume si impoverì di acqua e anche per il traghetto la vita si fece difficile. Il “ponte che balla” sconfisse la concorrenza della barca. Nel 1905 arrivò la ferrovia per San Pellegrino e dall’altra parte della passerella, venti metri più sopra, venne costruita la stazioncina di Clanezzo. Oggi la si può ammirare grazie alla nuova pista ciclabile.

Progetti di recupero. Ma tornando alle due case torri, della dogana e del porto: nel 2005, sui Quaderni Brembani, Sergio Tiraboschi riportava le parole dell’allora sindaco di Ubiale Clanezzo, Renato Pesenti, il quale parlava di “Un progetto di recupero già pronto”. Che fine ha fatto quel progetto? Che cosa pensano di fare Comune, Comunità Montana, Provincia, Regione per salvare questo angolo prezioso? Si comporteranno come è accaduto con il maglio… se ne laveranno le mani, magari nell’acqua dell’Imagna. Oppure no?

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