Tre operazioni alle coronarie
e invece era mal di stomaco

«La medicina costa troppo anche perché si sono perse in buona parte le pratiche migliori. Per esempio la visita, l’ascolto del paziente. Lo sa che mediamente è stato calcolato che il paziente viene lasciato parlare per diciotto secondi prima di venire interrotto? Questo non va bene. Ormai si ritiene che gli esami strumentali siano la cosa più importante. Persino i pazienti se non gli fai fare una tac, una risonanza o un ecocardiogramma sotto sforzo non sono contenti. Gli esami sono importanti, ci mancherebbe. Ma ancora più importante è l’ascolto del paziente».

Elio Staffiere è fra i cardiologi più stimati a Bergamo, lavora alla clinica San Francesco. Entra nel dibattito sul malessere della sanità che abbiamo avviato da alcune settimane ascoltando la base, sia i pazienti sia i medici. Ascolteremo anche gli infermieri. L’assistenza pubblica fatica a stare in piedi – si dice – anche per via dei costi elevati degli esami, degli intasamenti che si creano, delle liste di attesa. Staffiere sostiene che, almeno in parte, è necessario tornare al passato. Racconta: «Mi è capitato tante, tante volte. Potrei dire quasi tutti i giorni. Ma le racconto un caso emblematico, di qualche mese fa. Viene da me una signora sui settant’anni che lamenta dolore al cuore. Mi racconta che è già stata in un’altra clinica, e che ha subito tre interventi. Le è stata fatta una coronarografia e le è stato applicato uno stent per allargare un’arteria. Ma dopo questa applicazione il dolore non le è passato. È tornata in quella clinica, altra coronarografia e altro stent. Alla fine ne ha collezionati ben tre perché i medici avevano verificato la presenza di “incrostazioni” che ostruivano in parte il passaggio del sangue. Ma dopo tre stent la situazione non si era modificata: la donna continuava ad avvertire il medesimo disturbo. Alla fine è venuta da me».

 

 

Elio Staffiere parla nel suo piccolo studio, ha il camice bianco, mentre parla si appassiona a quello che dice. Continua: «Ho cercato di fare parlare questa signora, l’ho ascoltata. C’è una massima della vecchia medicina che dice che se lo ascolti, il paziente ti suggerisce la diagnosi. Ed è vero. Noi chiamiamo “anamnesi” questo ascolto, quella remota e quella prossima. Ma serve del tempo. Ho chiesto alla paziente come stava, se aveva altri problemi, se prendesse delle medicine… solite cose. A un certo punto mi dice che assume un gastroprotettore contro l’acidità. Allora cerco di capire meglio. Le chiedo se per caso qualche volta dimentica di prendere questo medicinale. Lei mi dice che qualche volta succede e che allora «il dolore diventa molto più forte». Mi si è accesa la lampadina, e non bisognava essere Sherlock Holmes per capire. Il dolore costante, ma non acuto, che la signora avvertiva non era di origine cardiaca, ma era dovuto a un reflusso biliare. Abbiamo mirato la cura e la donna non ha avuto più alcun disturbo». Dopo tre interventi al cuore con applicazione di “palloncini”, cioè “stent ”.

Dice Staffiere: «Questo non significa che gli ispessimenti, le parziali ostruzioni non ci fossero. Soltanto che magari non necessitavano di un intervento, visto che non originavano disturbi. Ma non voglio dire che la tecnologia non serva, gli esami strumentali siano inutili. Tuttavia dobbiamo recuperare anche il valore dell’ascolto e dobbiamo comprendere che il racconto del paziente ci dà tanti indizi utili per risalire alla possibile malattia. Non è un caso che il creatore di Sherlock Holmes, Arthur Conan Doyle, fosse un medico. E che il critico d’arte Morelli che inventò il metodo di attribuzione delle opere d’arte partendo dagli elementi più minuti, per esempio il modo di dipingere le unghie, pure fosse un medico. Al quale persino Freud si ispirò con il suo metodo psicanalitico. I dettagli, i racconti ci danno gli indizi e dagli indizi si risale al vero problema».

 

 

E Staffiere spiega ancora meglio, fa altri esempi. Dice: «Il caso delle sincopi, cioè degli svenimenti, di quando improvvisamente si perde conoscenza. Spesso succede che gli esami non diano alcun risultato, per una ragione semplice: non li puoi fare nel momento in cui la patologia si manifesta. E allora ecco che in questi casi è di estrema importanza l’ascolto e spesso vengono fuori cose interessanti. Non dobbiamo mai trascurare che il rapporto fra psiche e organismo è molto intenso, complesso. Un altro esempio. Viene da me un giovane sui venticinque anni lamentando una continua serie di extrasistole, tipo una ogni minuto, da almeno tre giorni. Si siede, lo ascolto. Mi racconta di una situazione particolare a casa, di tensioni forti rispetto a sua madre e alla sua ragazza. Poi io gli ascolto il cuore, misuro la pressione. Gli dico che sta benissimo e che il suo problema è dato dallo stress psichico. Però gli lascio il mio numero di telefono nel caso la situazione non si risolvesse. Due giorni dopo mi chiama, mi dice: «Dottore, sto bene. Dal momento in cui sono uscito dal suo studio non ho avuto più nemmeno una extrasistole».

E questo apre la porta ad altre questioni, pure importanti. Alcune volte, il semplice effetto placebo si rivela sufficiente a risolvere disturbi che non sono soltanto psicologici, ma che si manifestano in maniera del tutto concreta. Rivalutare tutti questi aspetti significherebbe anche risparmio economico notevole. Sa una cosa? Adesso una visita dovrebbe durare attorno ai dieci minuti, massimo quindici. Sogno di avere uno studio tutto mio dove le visite possano durare un’ora».

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