Bergamasca, un milione di turisti
ma nelle valli si finisce in coda

Tre semafori (Casazza, Zogno e Colzate) fermano la Bergamasca. È così difficile sveltire il traffico? La nostra inchiesta sul numero di BergamoPost in edicola fino al 15 agosto. Ecco alcuni estratti.

 

Val Seriana

Due anni fa, era l’aprile del 2017, una troupe della Rai arrivò a Ponte Nossa per registrare un servizio legato al Santuario e al coccodrillo imbalsamato che vi risiede da secoli in vista del passaggio del Giro d’Italia. Dopo l’intervista al parroco don Alessandro Angioletti, i tecnici rientrarono in auto al centro di produzione di Saxa Rubra a Roma, per montaggio e messa in onda. Un percorso di oltre seicento chilometri, lungo il quale gli uomini Rai trovarono un solo semaforo: quello (ormai famigerato) di Colzate. L’aneddoto, tuttora verificabile, sottolinea come alle traversie “congenite” del traffico della Valle Seriana si aggiungano nodi specifici che per troppo tempo hanno creato code e acquisito fama. In questo caso si tratta dell’impianto definito “di Colzate” ma installato sul territorio di Casnigo, che ne ha la gestione. Regolamenta il traffico in uscita dall’abitato di Colzate sulla provinciale e l’uscita da alcune unità produttive poste nel breve tratto, in senso ascendente.

L’impressione di pendolari e turisti è che un semaforo locale non possa e non debba interferire in maniera tanto pesante sul traffico vallare. In effetti i cittadini di Colzate per immettersi sulla provinciale possono utilizzare (entro poche centinaia di metri) l’incrocio a raso e la rotatoria creati nel 2009 a Vertova dal sindaco Riccardo Cagnoni, mentre le unità produttive potrebbero avvalersi di sistemi “intelligenti” per far scattare il semaforo solo in caso di necessità. Il pericolo è altrimenti effettivo: qui nel 2007 morì, per il tremendo schianto contro un Tir, il vigile del fuoco Cesare Bertocchi. La Provincia di Bergamo ha annunciato per quest’anno una soluzione definitiva, con uno stanziamento di 33 mila euro da utilizzare per l’installazione di un impianto “intelligente”, con semaforizzazione dei due accessi privati, spire nell’asfalto per rilevare il traffico in uscita da Colzate (e regolare di conseguenza al minimo le accensioni del semaforo), telecomandi in dotazione ai bus di linea. Verrebbe da dire (considerando la spesa non certo insormontabile) «meglio tardi che…

Articolo completo alle pagine 4 e 5 di BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 15 agosto. In versione digitale, qui.

 

Val Brembana

«In coda, please». Il compassato invito all’educata attesa, che connota da sempre la socialità dei sudditi di Sua Maestà, diventa in Val Brembana amara rassegnazione: che tu sia turista o villeggiante, pendolare o escursionista, devi semplicemente arrenderti e restare in coda. Alle soglie del ventesimo agosto del nuovo millennio, con gli orizzonti del turismo che paiono aprirsi carichi di speranza, l’unica certezza lungo il Brembo sembra essere la coda. Una coda storica e mai vinta, cresciuta (o addirittura esplosa) a partire dal 1966, quando fu dismessa, sotto la spinta del boom a quattro ruote, la Ferrovia nata nel 1906. Al di là dei ricordi, oggi divenuti unanime rimpianto per i binari, bisogna dire che i nodi sono rimasti nel pettine, mai decisamente impegnato dalla politica di qualsiasi epoca e colore per risolvere una viabilità costantemente al limite della paralisi.

Se si eccettua la “benedetta” alluvione del 1987 che ha portato gallerie e traffico più scorrevole da San Pellegrino in su, il fondovalle (Zogno in primis) continua a essere una nota estremamente dolente (un vero e proprio pettine) sia al mattino (per chi la valle è costretto a scenderla verso il posto di lavoro), sia alla sera (per chi in valle nonostante tutto mantiene casa), sia soprattutto nei fine settimana, quando l’appuntamento obbligato del sabato mattina è con le chilometriche code sul viadotto di Sedrina, dove volò nel Brembo il Pacì Paciana. L’attraversamento di Zogno è una Via Crucis che non casualmente comincia all’altezza dell’imbocco fantasma della variante in galleria. Dal progetto iniziale sono passati trent’anni, dal blocco del cantiere ne sono passati cinque. Vien da sorridere nel vedere che il frequentato ristorante che dà il benvenuto in zona si chiami «Nuovo Sogno». Negli anni, più a monte, sono diminuiti i semafori e all’altezza del ponte che conduce alle frazioni di Endenna, Somendenna, Grumello de’ Zanchi e Poscante è arrivata la rotonda, ma il…

Articolo completo alle pagine 4 e 5 di BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 15 agosto. In versione digitale, qui.

 

Val Cavallina

Basta con i semafori intelligenti. Basta con gli attraversamenti pedonali rasoterra. È necessario allargare il sedime stradale e imporre fasce orarie di rispetto per i trasporti eccezionali e tir. E laddove è possibile (leggi Casazza), spegnere il semaforo. È questa la cura chiesta da subito dal Comitato della Statale 42 per rendere più scorrevole la strada della Valle Cavallina. Massimiliano Russo, fondatore del Comitato, ha le idee chiare. Lui che ogni giorno da Casazza si reca a Bergamo i problemi viari della valle li conosce bene. Già a partire dai numeri ricavati dalle centraline poste nei punti-chiave dell’arteria. Nove milioni di veicoli l’anno. 26 mila 500 veicoli per ogni giorno feriale, che divisi nelle otto ore canoniche (quattro al mattino che scendono per lavoro e altrettante quattro che risalgono per il rientro) significa più di tremila veicoli l’ora, quando la strada ne sopporta non più di duemila. Ma il dato, in questo primo semestre, sta già crescendo di volume. Il tubo è troppo piccolo per smaltire un fiume così grande e in continua crescita. Qui l’esondazione è giornaliera. E anche la bile che esonda abbondantemente dai fegati dei pendolari.

«La sicurezza viene prima della viabilità, su questo non si discute – afferma Massimiliano Russo -. Ma non significa che per ogni attraversamento della statale in ogni paese si debbano mettere e aggiungere sempre semafori. Chiediamo che si investa sui sovrappassi pedonali, per esempio. Oltretutto la gente li preferisce ai sottopassi, che di sera sono considerati poco sicuri». «Chiediamo – continua Russo – di allargare il sedime stradale e predisporre corsie di canalizzazione. L’esempio di Riva del Garda è eloquente. Là il lavoro fatto ha dato…

Articolo completo alle pagine 4 e 5 di BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 15 agosto. In versione digitale, qui.

 

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