La Nazionale ci ha rovinato l’estate
(e ‘ste cose non le perdoniamo)

Mi sarebbe piaciuto fosse finita diversamente. Nel risultato, ovvio; ma pure in com’è andata, nella sconfitta. Mi sarebbe piaciuto, ad esempio, che la squadra avesse fatto un giro di campo ringraziando e chiedendo scusa. E che Gian Piero Ventura si fosse messo in mezzo al campo con le braccia alzate in segno di resa, umana prima che sportiva. Ma non è successo e quindi amen. Buffon ha ringraziato tutti, ma s’è dimenticato San Siro; Ventura non ha ringraziato nessuno e s’è dimenticato pure di dimettersi. Amen. Lì fuori, in una fredda serata di inizio novembre, c’erano settantatremila persone (va be’, togliete gli svedesi) che per 95′ minuti sono stati esemplari. E almeno un “grazie” e uno “scusate” se lo sarebbero preso volentieri.

 

 

Intanto oggi l’Italia è divisa in due: da una parte quelli che «ci sono cose più importanti», dall’altra quelli che «vergogna, siamo un Paese allo sbando». Io, con umiltà democristiana, mi piazzo nel mezzo. Perché sì, è indubbio ci siano cose più importanti nella vita e nel mondo di una partita di calcio, ma è anche vero che se un fatto del genere (la Nazionale non qualificatasi ai Mondiali) non accadeva da sessant’anni, qualcosa vorrà pur dire. Non che siamo un Paese allo sbando, ma neppure che siamo sani come dei pesci. Ma soprattutto, mantenendo intatto questo spirito democristiano, penso a me stesso con puro egoismo, consapevole che non sarò l’unico a vederla così: la cosa che fa più male è che Ventura & Co. sono riusciti nella titanica impresa di rovinarmi l’estate con ben sette mesi di anticipo.

L’estate 2018 sarà un’estate di merda (concedetemi il francesismo). Lo si aspetta ogni quattro anni, il Mondiale. Di mezzo ci sono gli Europei, va bene, ma i Mondiali sono i Mondiali. Della Nazionale non frega assolutamente niente a nessuno fino a quel momento, è normale. La Nazionale è come il caffè: sai che alla fine c’è sempre, al di là di quel che hai mangiato prima. La dai per scontata. E invece… Niente caffè, quest’anno. Niente discussioni sulle convocazioni del ct, niente insulti all’amico che vorrebbe portare a tutti i costi Sansone in azzurro perché «è un giocatore utile» (esistono, giuro), niente idoli di un’estate da sventolare in faccia agli scettici (ah Pellè, quanto mi manchi), niente maxi schermi, niente grigliate o spaghettate pretattiche, niente caroselli, niente processi preventivi, niente esultanze, niente abbracci in una notte di mezza estate, niente uscite anticipate da lavoro perché «gioca l’Italia!», niente pause caffè lunghe un’ora o più a discutere di moduli, niente donne che diventano improvvisamente ultras, niente intellettuali che pontificano su come il calcio sia «solo un gioco» (ma questi sono spuntati fuori con sette mesi d’anticipo. Non esistono più le stagioni di una volta). Niente giugno e luglio tra calcio e amici, tra sogni e speranze, tra un pallone e una birra, tra inno e fischi (e fiaschi, ché c’è chi preferisce il vino alla birra).

 

 

Era per evitare questo niente che ieri San Siro era bello come non mai, che pure il quindicesimo stop sbagliato da Darmian veniva applaudito, che all’85esimo tutti si sono messi a cantare l’inno. Invece a giugno gli altri, quelli che vivono nei 32 Paesi qualificati a Russia 2018, saranno lì a tifare e a vivere il calcio, e noi no. A noi resteranno le briciole: una grigliata durante un mesto Messico-Islanda, un isolato maxi schermo per Argentina-Germania, un paio di birrette davanti a Inghilterra-Brasile. E fingeremo pure che ci vada bene così, che tanto saremmo usciti subito con ‘sta squadra e ‘sto allenatore, che almeno così si è ripartiti senza illusioni. Meglio così un cazzo. Io l’inno lo volevo cantare, a giugno. A squarciagola, fingendomi più patriota di chiunque altro, recitando una parte per il gusto di farlo, accorgendomi poi al novantesimo che in realtà tutto quel menefreghismo era la vera finzione, che dell’Italia me ne importa davvero. La verità, ed è la cosa che fa più male, è che Ventura & Co. mi (ci) hanno rovinato l’estate ancora prima che arrivi il Natale e questa è una cosa che è difficile da perdonare. Eppure, nonostante questo, non riesco a voler male a quell’Edgar degli Aristogatti inspiegabilmente ritrovatosi ct. Ieri, dopo il fischio finale, mentre tutto San Siro e tutta Italia lo fischiavano, ho visto un uomo passeggiare per il campo rendendosi conto che s’è rovinato la vita. Ventura ha fatto la cosa più grave che si possa fare in Italia: perdere una partita di pallone così come mai nessuno l’aveva persa prima. E noi italiani perdoniamo tutto, ma non questo. La vergogna calcistica no, non possiamo dimenticarla. Perché un’altra estate di notti magiche sognando un gol arriverà, ma intanto la prossima è andata. Speriamo almeno Mattarella piazzi le elezioni a giugno, così avremo qualcosa per cui indignarci.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.