Cara Dea, ora fai come il Leicester
(ed evita di imitare l’Hoffenheim)

Le porte del circolo più patinato d’Europa stanno per aprirsi. È quello frequentato da «die besten, die meister, les grandes équipes», insomma, i migliori: sono brani del testo dell’inno della Champions – impariamolo tutti, ci sarà da divertirsi – al cospetto del quale l’Atalanta si prepara al debutto. Ma che esordiente sarà la Dea di Gasperini? Sarà un Leicester o almeno un Lipsia?

 

 

Il passato serve a interrogare l’oracolo, perché il ristretto circolo di quello che la Uefa considera «the main event» – il mantra è sempre l’inno stellato di Tony Britten – ogni anno accoglie qualche novizio per dare una mano di democraticità alla vernice dell’oligopolio. Nelle ultime cinque edizioni della competizione sette sono state le debuttanti assolute ai gironi – qui si intendono i club che non hanno neppure partecipazioni risalenti ai tempi della Coppa dei Campioni – e si tratta di club con pedigree (e budget) molto diversi. Ecco allora Lugodorec (2014-15), Astana (2015-16), Leicester City e Rostov (2016-17), Qarabag e RB Lipsia (2017-18) e Hoffenheim (2018-19). Di queste, a dicembre, passata la sbornia, tre hanno abbandonato la Champions senza vittorie: l’Astana con quattro pari – e senza sconfitte in casa: pareggi di prestigio con Atletico Madrid e Benfica – e due ko, il Qarabag con due pari (anche qui entrambi con l’Atletico) e quattro ko, ma alzi la mano chi ricorda il nome di almeno un giocatore di queste due squadre, foraggiate da holding egemoni nei rispettivi Paesi ma ben lontane dal livello calcistico richiesto dalla competizione. Fa forse più specie la performance senza successi dei tedeschi: tre pari e tre sconfitte in un girone nel quale, curiosamente, due degli avversari erano Manchester City e Shakhtar Donetsk, inseriti oggi nel gruppo dell’Atalanta.

L’esempio da seguire è il Leicester City di capitan Morgan e Vardy, che certo arrivò in Champions da campione d’Inghilterra, ma da non favorito raggiunse i quarti di finale: vinse il suo girone, superò poi il Siviglia agli ottavi per poi arrendersi all’Atletico ai quarti, nella stagione in cui un’altra debuttante, il Rostov, in un gruppo oltremodo tosto (con i Colchoneros, il Bayern e il Psv) chiuse terzo e finì in Europa League. Stesso destino, la stagione seguente, per il RB Lipsia, terzo con 7 punti nel girone di Besiktas, Porto e Monaco e, dopo la discesa in Europa League, capace di portarsi sino ai quarti di finale. Tutto sommato, non male.

 

 

Un po’ più indietro nel tempo, ciò che non deve fare la Dea è seguire l’esempio delle due peggiori debuttanti ai gironi di Champions, vale a dire gli ungheresi del Debrecen 2009-10 e gli slovacchi dello Zilina 2010-11, spacciate ancor prima dell’inizio di ogni illusione, anche perché prive di qualità. E in questo senso non ci sono fortunatamente paragoni con l’Atalanta. Una sola partecipazione per entrambe e sei sconfitte con partite finite zero (o pochi) a tanti gol. Per il Debrecen doppio 0-1 con il Liverpool, bis di 0-4 col Lione, 3-4 e 2-5 con la Fiorentina, mentre la stagione successiva lo Zilina si arrese a Chelsea (1-4 e 1-2), Spartak Mosca (0-3, 1-2) e Marsiglia, 0-1 in Francia e un roboante 0-7 in casa, con tanto di tripletta e giornata di gloria di Gignac, uno che in Champions di reti in carriera ne ha fatte appena tre e tutte quella sera. Meglio, ma davvero di poco, da debuttanti fecero i romeni dell’Otelul Galati nel 2011-12, sei ko senza onore ma in fondo senza ignominia, di cui quattro di misura e un doppio 0-2 contro il Manchester United.

Occhio però, perché anche la Dinamo Zagabria, che i gironi li ha disputati in più occasioni, detiene un record nella “hall of shame” della Champions: sebbene non da esordiente, è infatti l’unica squadra a essere riuscita nel percorso negativo netto in ben due occasioni. Ovvero: sei sconfitte su sei nel 2011-12 (22 reti al passivo: spiccano un 2-6 in casa del Real e un 1-7 in Croazia contro il Lione) e nel 2016-17, in quest’ultimo caso senza nemmeno mai essere andata a segno. La speranza è che il vecchio adagio ci azzecchi: non c’è due…

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