Maratona di New York, la Dossena
non ce la fa: «Ho il cuore in gola»

La stagione agonistica di atletica e corsa su strada volge al termine, ma alla prima domenica di novembre per tutti gli appassionati c’è un appuntamento irrinunciabile dal fascino incredibile: la Maratona di New York. Una corsa nata in Central Park con appena 55 atleti all’arrivo e cresciuta sino a essere la gara su strada più importante del mondo, per atleti professionisti e per semplici amatori. Gli italiani fanno da sempre la parte del leone fra le rappresentative straniere e quest’anno saranno oltre tremila i connazionali pronti a percorrere i fatidici 42 chilometri e 192 metri. Fra loro la più attesa era la bergamasca Sara Dossena, che invece non ci sarà. Dopo essere atterrata nella Grande Mela il 31 ottobre, Sara ha annunciato il suo forfait attraverso la sua seguitissima pagina Facebook, che sfiora i quarantamila followers. «Un post che non avrei mai voluto scrivere… Domenica non sarò alla partenza della maratona di NY. Ci ho creduto fino alla fine ma un problema fisico mi costringe a rinunciare. Ho le lacrime agli occhi e il cuore in gola in questo momento ma sono convinta che con un po’ di pazienza saprò trarre del buono anche in questa esperienza. Perché quando si cade poi ci si rialza. Sempre».

 

 

Sara Dossena, 33 anni di Clusone, nella sua carriera ci ha fatto l’abitudine a doversi rialzare dopo un infortunio o una difficoltà, meritando l’appellativo di “Fenice dell’Altopiano”. È salita alla ribalta delle cronache sportive nazionali nel novembre 2017, quando ha corso per la prima volta a New York e ottenuto un prestigioso sesto posto al cospetto del gotha dell’atletica mondiale. Un risultato clamoroso che ha impreziosito un palmares tricolore di altissimo profilo e confermato la caparbietà tutta bergamasca dell’atleta. Una storia che Sara ha affidato per anni ai suoi quaderni d’allenamento e negli ultimi mesi anche al libro Io, Fenice, dove racconta la sua rinascita nel segno della corsa. Il libro, scritto a quattro mani con l’allenatore Maurizio “Brass” Brassini, è nei fatti la cronaca passo dopo passo della maratona 2017 lungo le strade della Grande Mela, con digressioni, emozioni e ricordi raccontati come si trattasse di una chiacchierata fra atleti, in corsa. «Ho deciso di scrivere queste pagine – racconta Sara – soprattutto per capire meglio me stessa. È stato solo rimettendo in fila le fatiche e le delusioni archiviate nei vecchi diari di allenamento che adesso, a distanza di anni, sono riuscita ad accettarle e ad ammettere che è stato proprio grazie a quelle frustrazioni se sono diventata la Sara di oggi. Più matura. Più forte. Più consapevole. E più donna. Ho iniziato a scrivere per me stessa, in fondo lo avevo sempre fatto: i miei quaderni d’allenamento sono sempre stati più un confessionale cartaceo che una semplice trascrizione di tempi realizzati e distanze percorse. Ho cominciato pensando che mi potesse aiutare a riflettere, ma presto mi sono resa conto che era a mia stessa storia la risposta ai tanti che mi chiedevano dettagli sui miei infortuni, sui miei molti stop e sulle mie altrettante ripartenze».

 

 

Sara a Clusone era una bimba come tante, che quando Bordin tagliava il traguardo olimpico di Seoul (esattamente trenta anni fa, primo italiano nella storia a parte lo sfortunato – e squalificato – Dorando Pietri nel 1908 a Londra) aveva a malapena l’età per la scuola materna. Papà Giorgio, mamma Gabry, la sorella Katia e nonna Romana oggi sono i suoi primi tifosi, ma non erano certo una famiglia di agonisti. «Da piccola mi avevano iscritto a pallavolo – racconta Sara -, sicuramente pensando che per una ragazzina sarebbe stato più divertente. Ho scoperto tardi la corsa… E, a dir la verità, non ho ancora capito se a scegliermi non sia stata proprio lei». Sull’Altopiano il primo allenatore è stato Giacomo Giudici, e a livello giovanile arrivano le prime soddisfazioni: nel 2002 e nel 2003 vince il tricolore di Corsa in Montagna Junior e in Alaska partecipa ai Mondiali, mentre nel 2005 è campionessa italiana nei diecimila in pista e negli assoluti di cross Under 23. Poi gli infortuni in serie e la voglia di smettere. «Inizio per gioco – spiega Sara – a fare triathlon nel 2011. Però piano piano arrivano i primi risultati sia nel duathlon che nella triplice e chi ha l’agonismo nel sangue difficilmente si accontenta. Ancora oggi mi sto mettendo in gioco cercando di migliorare sempre più, per raggiungere obiettivi che prematuramente ho dovuto abbandonare. La mia prima esperienza alla maratona di New York è stata paradigma della mia crescita sportiva e personale. Il mio libro è il racconto di una persona normale che ha realizzato i propri sogni. E, credetemi, tra i sogni non esistono gerarchie. In questa fase della vita il mio più grande desiderio era diventare un’atleta professionista e gareggiare a New York, ma non è stato sempre così. Ci sono stati anche momenti in cui la mia massima ambizione era semplicemente riuscire a correre o “incastrare” lavoro e allenamenti. Esattamente come tanti di voi. Ho sempre amato lo sport, prima idealizzato guardandolo in tv e poi, finalmente, praticato in prima persona».

 

 

A New York Sara era arrivata con la carica di sempre dopo aver conquistato il 21 ottobre l’argento nel tricolore di Mezza Maratona, specialità in cui giusto il 23 settembre ha vinto la Maratonina Internazionale di Udine ritoccando il proprio personale sui 21,097 km a 1h10’10”. A Berlino, quest’anno Sara ha stabilito in 2h27’53” il proprio personale (con abbinata, tanto per gradire, la medaglia d’argento europea a squadre). Per rialzarsi dopo la delusione di un mancato bis a New York ci sono all’orizzonte i mondiali di Doha del 2019 e le Olimpiadi di Tokyo del 2020. Occasioni che una Fenice saprà certamente cogliere… al volo.

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