A che punto siamo con la Brexit
(che sta spaccando il Regno Unito)

Due anni e mezzo dopo il referendum sulla Brexit, la Gran Bretagna sembra ancora molto lontana dal trovare una soluzione conveniente per l’uscita dall’Unione Europea, e gli Stati del nord sono sempre più scontenti.

 

 

Un accordo difficile. La Gran Bretagna, secondo i primi accordi, sarebbe dovuta uscire ufficialmente dall’Unione Europea entro la fine di marzo del 2019, ma in seguito a nuovi negoziati è stata concessa una proroga fino al 31 ottobre. La situazione politica interna è però sempre più turbolenta, tanto da spingere Boris Johnson, sostenitore dell’hard Brexit, a imporre la chiusura del Parlamento fino a 14 ottobre per evitare nuove istanze da parte di chi invece vorrebbe un’uscita con accordo. Pochi giorni dopo, i conservatori hanno perso la maggioranza al Parlamento e nell’ultima data utile prima della chiusura è stata approvata la legge “anti-no deal”, promossa dall’opposizione, che impone al primo ministro di richiedere un nuovo rinvio in caso di mancato accordo con l’Ue entro il 31 ottobre. Il cambio di rotta richiesto dalla Camera dei Lord potrebbe portare a nuove elezioni, come anticipato dallo stesso Primo Ministro, in carica da poco più di un mese.

 

 

La situazione scozzese. La Gran Bretagna però non è soltanto composta Londra e dintorni e il governo centrale deve preoccuparsi anche degli altri Stati sotto il controllo della Corona. La Scozia nel corso di questi anni è forse quella che ha più motivi di risentimento nei confronti della gestione di Westminster, soprattutto se si considera il referendum sull’indipendenza scozzese che si è svolto nel 2014. La vittoria del “No”, con il 55 per cento dei voti, era stato frutto di una forte pressione politica da parte di Downing Street, che aveva minacciato di impedire l’ingresso della Scozia nell’Unione Europea facendo valere il proprio diritto di veto. Le aspirazioni europee del Paese erano troppo forti per un tale rischio, e infatti sono state confermate due anni più tardi, con un convinto 62 per cento di scozzesi che hanno votato “No” alla Brexit. La vittoria del leave è stata come una beffa: la Scozia potrebbe trovarsi fuori dall’Unione di cui voleva fare parte, ma ancora totalmente dipendente da Londra, da cui invece voleva allontanarsi. In segno di protesta, il governo di Edimburgo si è rifiutato di ratificare l’avvio delle procedure per la Brexit e ha recentemente chiesto di indire un nuovo referendum per l’indipendenza.

 

 

L’Irlanda del Nord. La situazione in Irlanda del Nord è forse ancora più delicata perché non riguarda soltanto le istituzioni, ma una complessa gestione della sicurezza pubblica, che ora è messa a rischio dalla ricomposizione delle vecchie frontiere. La pacificazione della zona, falcidiata per decenni da una vera e propria guerra civile, è frutto di accordi molto complessi, resi possibili soltanto dalla scomparsa di dogane e barriere tra le due Irlande, prevista dai trattati europei. L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione potrebbe riportare questi territori indietro di trent’anni, mentre già si sono verificati i primi attentati rivendicati dalla New Ira.

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