È finita la missione Isaf della Nato
ma non la guerra in Afghanistan

Il 28 dicembre 2014 è ufficialmente finita la missione Isaf della Nato in Afghanistan. «Insieme abbiamo trascinato fuori dalle tenebre gli afgani e abbiamo donato al popolo speranza per l’avvenire». Lo ha dichiarato John Campbell, comandante statunitense dell’Isaf nel corso della cerimonia di chiusura della missione. Una cerimonia che per il timore di attentati è stata tenuta segreta fino all’ultimo, e di cui si è diffusa la notizia solo dopo la sua conclusione.

Nonostante le parole ottimiste di Campbell, la guerra non è finita, e se la missione per gli Stati Uniti è stata un successo, il capo dei talebani l’ha definita un fallimento. In un comunicato, i talebani hanno infatti parlato della missione a guida Usa in Afghanistan come un «fuoco di barbarie e crudeltà» che ha annegato il Paese «in una pozza di sangue» e «L’America, i suoi alleati invasori, insieme a tutte le organizzazioni internazionali arroganti sono stati sconfitti in questa guerra asimmetrica». Dal canto suo, invece, il presidente americano Barack Obama ha salutato la fine della missione di combattimento delle forze Usa in Afghanistan e sottolineato che la «più lunga guerra nella storia americana arriva ad una conclusione responsabile».

Le forze Nato hanno, complessivamente, perso 3485 militari e nel paese la guerriglia talebana continua a mietere vittime. I dati dell’Onu dicono che nell’ultimo anno le vittime civili, per lo più da attacchi talebani, sono aumentate del 19%, mentre tra gennaio e ottobre sono stati uccisi oltre 4.600 soldati e agenti di polizia afghani. Decine di migliaia i feriti, da entrambe le parti.

Dal 1 gennaio prenderà il via un’altra missione Nato, questa volta di “addestramento e supporto” alle truppe dell’esercito afghano. Si chiamerà “Resolute Support” e sarà composta da 13 mila militari di 14 nazioni: ci saranno circa 11mila soldati americani, ai quali si aggiungeranno 700 italiani, altrettanti tedeschi, 200 britannici più altri 10 contingenti minori. Per 10 anni affiancheranno i 350mila uomini delle forze di sicurezza afghane.

Che cos’è stata l’Isaf e l’impegno italiano. Il nome Isaf sta per “International Security Assistance Force” e indica la missione di stanza in Afghanistan dopo gli attentati alle Torri Gemelle di New York. È stata la prima missione militare extraeuropea della Nato dopo che il vertice di Praga del novembre 2002 aveva stabilito, nell’ambito di un approccio globale per la difesa contro il terrorismo, che le forze dell’Alleanza possano intervenire anche fuori dall’area dei Paesi membri qualora i suoi interessi lo richiedano. Inizialmente, dall’agosto 2003 – quando la missione iniziò ufficialmente – ci si doveva limitare a Kabul, ma poi gli eventi hanno fatto estendere la missione in tutto il paese.

Il compito dell’Isaf è stato quello di assistere il governo afghano nel mantenimento della sicurezza a Kabul e in tutto l’Afghanistan, favorire lo sviluppo delle strutture di governo, estendere il controllo del governo su tutto il Paese, supportare gli sforzi umanitari, di risanamento e di ricostruzione dell’Afghanistan, contribuendo ad assicurare il necessario quadro di sicurezza agli aiuti civili apprestati dall’Unione Europea e dagli organismi internazionali.

Nel 2011, l’anno più impegnativo per la missione, l’Isaf ha visto la partecipazione di 130.000 militari da una cinquantina di paesi. Anche l’Italia ha fatto la sua parte, rimanendo vicina agli alleati fino alla fine. La proroga della missione da luglio a oggi all’Italia è costata 185.082.639 euro e sono stati 1.411 i militari dislocati principalmente nelle basi di Herat e Kabul. I militari italiani caduti sono stati 48.

L’Afghanistan oggi. Il presidente Obama ha dichiarato che grazie alla missione Isaf l’America è un paese più sicuro: «in questo giorno voglio ringraziare le nostre truppe e il personale dell’intelligence che senza sosta hanno combattuto i terroristi responsabili dell’11 settembre, devastando il nucleo di al Qaeda, facendo giustizia con Osama bin Laden, facendo fallire complotti di terroristi e salvando innumerevoli vite americane». Una situazione di cui non si può dire altrettanto per l’Afghanistan. Obama ha riconosciuto che «resta un posto pericoloso, e il popolo afghano e le sue forze di sicurezza continuano a fare enormi sacrifici in difesa del loro Paese».

Nel Paese, sul fronte politico regna il caos: non c’è un governo da tre mesi e ci sono minacce di impeachment per il nuovo presidente Ashraf Ghani e il premier Abdullah Abdullah, che non hanno ancora sottoposto al vaglio dell’organismo legislativo il nuovo governo di unità nazionale. Tre mesi fa Ghani aveva promesso che in 45 giorni avrebbe reso pubblica la lista dei nuovi ministri, una promessa vana dato che non è mai riuscito a mettersi d’accordo con l’ex rivale alle presidenziali Abdullah. Ciò ha portato allo stallo di tutti i lavori e al deterioramento del quadro della sicurezza. I talebani ne hanno approfittato alla grande e nelle ultime settimane hanno attaccato a Kabul molte sedi diplomatiche.

E mentre la politica vacilla nel suo ruolo, l’economia va peggio: devastato dalla guerra, la crisi non sembra vedere la fine. Ora nel paese si teme un altro Iraq. Il ritiro di gran parte delle truppe straniere, e il passaggio delle responsabilità di sicurezza a quelle locali, infatti, rischia di far sprofondare il paese nel caos. Sono troppi gli interessi che alimentano la corruzione, come la produzione di oppio, cresciuta nel 2014 del 17% rispetto all’anno prima, in un contesto di povertà, iniquità e analfabetismo.

13 anni di guerra per sconfiggere il terrorismo talebano da parte dell’occidente hanno lasciato sul terreno una situazione molto simile a quella di 25 anni orsono, quando dall’Afghanistan si ritirarono i sovietici dopo 10 anni di occupazione. Ne derivò una feroce guerra civile, e cinque anni dopo i talebani presero il potere.