C’era una volta la favola Albinoleffe
I ricordi e la nostalgia di Gustinetti

L’ultima riga della favole questa volta è senza lieto fine. This is “D” end. L’Albinoleffe affonda nei dilettanti dopo 18 anni di fatiche, sorprese, accelerazioni spazio-temporali, giocatori lanciati nel blu dipinto di blu, dopo aver vinto una Coppa Italia di Serie C, lottato anni in Serie B e dopo aver sfiorato una promozione in A molto prima che scoppiasse il “Lotito Gate”. Le favole finiscono. Buonanotte bambini, è ora di diventare grandi. O vecchi. Perché anche i club invecchiano e inciampano, e sperano poi di rialzarsi e ricominciare a sognare. «Sembra quasi un funerale», dice Elio Gustinetti, il Gus, con quei baffi da sergente di ferro e l’aria tutta d’un pezzo. L’uomo che ha guidato l’Albinoleffe dalla panchina quando ancora le società erano due, entità diverse e uniche, separate, Leffe e Albino, e poi l’ha fatto quando c’era da sporcarsi nel fango della Serie C e nelle trincee della B. L’uomo coi baffi di ferro si lascia andare: «L’Albinoleffe è una bella fetta della mia vita, dispiace davvero per questa situazione, per questa retrocessione così amara. Un peccato perché ci sono legato con tanto affetto, e so bene tutto il lavoro che c’è dietro».

 

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È finita una favola?

«A dire il vero, dopo la fusione, l’Albinoleffe nei dilettanti non ci è mai stata. Ma certo è dura, anche per me, che con l’Albinoleffe mi sono preso tanti successi e tante soddisfazioni. È una coltellata al cuore»

Facciamo così: c’erano una volta il Leffe e l’Albinese.

«Che anni. Iniziai a lavorare con la famiglia Radici, si respirava il calcio che piace a me. Quello fatto di spensieratezza, di valori, di rapporti umani profondi. Mi ero fatto male, non potevo più giocare e un amico, Sandro Gibellini, mi chiese di andare ad allenare i ragazzini del Leffe. Dissi va bene. Feci la mia parte e l’anno dopo mi aggregarono alla prima squadra come vice. Nel frattempo vinsi il campionato con la Berretti. Dopo andai in prima squadra»

L’impatto?

«Avevo 34 anni, ero un ragazzino. Stiamo parlando del 1988. Nella prima di ritorno Radici mi chiese se avevo voglia di prendere in mano la squadra. Anche quella volta dissi di sì. Ma per l’anno seguente aveva già contattato un altro allenatore e allora me ne andai all’Albinese, dove poi rimasi fino al ’92»

Poi bisogna scorrere le pagine fino al 2001, quando la storia tra lei e l’Albinoleffe (ri)comincia.

«Mi chiamò Andreoletti, che nel frattempo era diventato presidente. Mi chiese se potevo ritornare ad allenare la squadra alla quale ero molto legato. Una squadra tutta da vedere, da approcciare, che arrivava da un campionato duro come quello della C dell’epoca. L’obiettivo era mantenere la categoria e ci riuscimmo a due giornate dalla fine. Ma soprattutto centrammo l’incredibile vittoria della Coppa Italia»

Ce la racconta?

«Vincemmo 2-1 in casa contro il Livorno. Nella partita di ritorno Garlini fece un gol che ancora me lo ricordo: esplose un destro dal limite e vincemmo ai tempi supplementari. Mi viene in mente l’esultanza, sembrava quella di Tardelli a Spagna ’82. Quella era l’Albinoleffe, un gruppo di giocatori fortemente legato al territorio e alla squadra. In quel momento intravidi la possibilità che qualcosa potesse succedere, qualcosa di importante, e in effetti…»

Parla della promozione in B del 2002/2003 contro il Pisa?

«Meraviglioso. Riuscire a battere il Padova e poi il Pisa in finale, che aveva l’onore di venire a giocare nello stadio di Bergamo. Se ci penso la gioia diventa indescrivibile, perché fu la vittoria di giocatori umili, che ancora non erano importanti e che poi lo sono diventati. Erano quasi tutti bergamaschi»

 

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Ricordiamone qualcuno (anche non bergamaschi): Sonzogni, Del Prato, Poloni, Previtali, Raimondi, Regonesi, Garlini, Beppe Biava.

«Il calcio fa nascondere i sentimenti, perché con quelli a volte perdi un po’ la concentrazione. Ma le emozioni, anche se cerco di contenerle, sono forti. Tra quei giocatori c’era un legame, un affiatamento… incredibile. Quell’Albinoleffe aveva la forza di aspettare i giocatori, quelli che erano più indietro e in difficoltà. Non avendo molto pubblico potevamo dargli la possibilità di riemergere»

Stavamo dimenticando Bonazzi…

«A lui sono molto legato. Negli anni è sempre stato il giocatore in cui si identificava il mio modo di giocare. Il trequartista, l’uomo di fantasia, quello dell’ultimo passaggio»

Cosa vuol dire questa retrocessione per il territorio?

«L’Albinoleffe, per come la intendo io, è un punto di riferimento morale, umano, radicato sul territorio. Era una società che voleva dei giocatori da far emergere, giocatori pescati in giro per tutta la Bergamasca. Era questo il presupposto e secondo me è quel presupposto che l’ha resa grande. Quasi un Chievo Verona, toh»

Stava dicendo del primo anno di Serie B.

«La stampa scriveva: “Non fa niente, torna subito nei dilettanti”. Macché. Il nucleo storico era forte, per due anni di fila aveva imparato a fare certi risultati, e poi giocava a memoria. Inoltre avevamo azzeccato alcuni giocatori, Possanzini per esempio, e tre-quattro innesti importanti. Il primo anno fu molto bello»

Ah, già Possanzini. Di lui che ci dice?

«Mi chiama un giorno, non stava giocando, e mi dice: “Mister ho letto sul giornale che lei mi prenderebbe. Guardi che io vengo davvero”. È venuto da noi rimettendosi in discussione. Mi ricordo una partita con il Napoli, il Napoli di Gigi Simoni. Gol del Possa e vinciamo. Avevamo questo giocatore che, quando eri in difficoltà, te la risolveva. Avevamo giocatori di questo genere»

Che forza aveva quell’Albinoleffe?

«I giocatori morivano sul campo. E poi avevo trovato un modulo che permetteva loro di esprimersi al meglio. A me piaceva giocare solo per vincere, e questo ci permetteva di giocare contro squadre fortissime e fare risultato»

 

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Un calcio offensivo, un calcio bello…

«Mettere un difensore in più? Ma va! La squadra non lo voleva, voleva continuare a giocare in attacco. Perché anche se ne perdiamo una fa niente, quella dopo la vinciamo. Se lo dicevano loro. C’era questa identificazione nel fare le cose. Ma umile, in stile Albinoleffe»

Se ne ricorda un’altra?

«Le partite col il Bari. All’andata l’allenatore era Materazzi. Dominiamo e vinciamo. Cambiarono Materazzi e arrivò Antonio Conte. Per il ritorno caricarono talmente la partita che sembrava ci dovessero sbranare. Ma dominiamo e vinciamo anche quella. Io Conte non lo conoscevo neanche. Si fece dare il numero da Costantino Corati, il preparatore, e mi telefonò. Non ci eravamo incrociati in sala stampa. Fece i complimenti a me e soprattutto alla squadra»

Nel 2007/2008 sfioraste anche la Serie A.

«Improvvisamente un giorno, ero al mare, non avevo squadra, e prima dell’inizio del campionato ricevetti una telefonata da un dirigente, Vasi, che oggi non c’è più. “Guarda Elio, il presidente avrebbe bisogno di parlarti”. Allora dico: “Va bene, vengo su”. Ci sono talmente tanto legato che se hanno bisogno di me torno. Il rilancio fu anche mio. Quell’anno giocammo un campionato strepitoso. Io alla A ci credevo, ci ho sempre creduto»

E poi?

«Chiesi qualcosa in più ai giocatori e lì si sono complicate un po’ le cose. Nella partita di Ascoli avvertimmo la sensazione di non poter salire direttamente. Dopo quella giocammo quattro partite negative. Io fui criticato e a una giornata dalla fine ci fu il cambio. Lasciai la squadra già ampiamente nei play-off, a 77 punti»

Se quell’anno fosse salito in A sarebbe successo cambiato qualcosa?

«Chissà. Il presidente ha dato davvero tutto quello che poteva dare»

Ha un po’ di rammarico? Nostalgia?

«Preso un po’ di petto, magari, nelle interviste non sempre ho una gestione ottimale, è sempre stato il mio limite. Ma sono orgoglioso di avere questo carattere. È così che tiro fuori il massimo dai miei giocatori. Però se fossi stato zitto era meglio. Dissi che il presidente doveva dare le dimissioni. E giustamente il presidente mi esonerò. La nostalgia c’è: non aver fatto tutta la mia carriera all’Albinoleffe mi dispiace»

 

 

Però ci è poi tornato nel campionato 2013/2014.

«Lì ho cercato di ricucire con tutte le persone con cui avevo litigato. Sono molto devoto alla Madonna di Medjugorje, ci sono andato spesso, e a un certo punto della vita mi ero riproposto di ricontattare tutte le persone con cui avevo avuto degli screzi. Pensa la vita: ricevo una telefonata da Aladino Valoti. A dicembre 2013 tornai per il piacere di guardare tutti in faccia e arrivammo fino ai play-off per salire in B»

Adesso invece questa retrocessione.

«Mi sento impotente. E sono incazzato, perché pensavo di poter dare ancora qualcosa, di poter rimanere un po’ di tempo in più. Dopo quei sei mesi non ho più potuto far niente. Questo mi è dispiaciuto. L’anno prossimo ci saranno dei ripescaggi e conterà anche la solidità economica. Ho la speranza che l’Albinoleffe venga premiata»

Realtà come l’Albinoleffe fanno bene al calcio?

«Il club è precipitato in una situazione non bella per colpa di alcuni giocatori che hanno rovinato l’immagine e lo spirito di questa società. Io mi auguro che torni ad avere una centralità fatta coi giocatori del territorio, e che lo faccia senza voli pindarici, che si riacquisti l’umiltà di pensare che tutti si è importanti ma nessuno è indispensabile. Tutto questo è sempre stata l’Albinoleffe»

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