Che succede a Ikea e Auchan
La crisi della grande distribuzione

L’11 luglio, per la prima volta nella sua storia, Ikea – il colosso svedese dei mobili low cost – si troverà ad affrontare lo sciopero dei dipendenti dei suoi punti vendita italiani. Il pomo della discordia è il mancato rinnovo del contratto integrativo che riguardava i dipendenti del gruppo a livello nazionale. Contemporaneamente Auchan, marchio di spicco del settore della Grande Distribuzione Organizzata, fa i conti con la necessità di ridimensionare il numero dei suoi dipendenti: ad aprile erano stati annunciati addirittura 1.345 esuberi. Nonostante in queste ore sia giunta la notizia che si è arrivati ad un accordo (e che tutti i licenziamenti avverranno su base volontaria, in cambio di un incentivo all’esodo), il dato di fatto resta: in un momento di crisi economica congiunturale due grandi aziende del settore della vendita al dettaglio scelgono di puntare sui tagli al lavoro per «resistere alla tempesta». Vediamo come.

Il contratto integrativo. Nel caso di Ikea, il nodo della questione riguarda la disdetta, da parte dell’azienda, del contratto di secondo livello stipulato coi dipendenti. Di cosa si tratta? Il cosiddetto contratto di secondo livello, o “integrativo”, è un contratto collettivo che, per una determinata azienda, “integra” il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro a cui sono soggetti i dipendenti per derogare (sempre “in meglio”, ovvero per porre condizioni migliori) le norme del CCNL. Secondo i rappresentanti sindacali dei dipendenti Ikea, erano proprio le aggiunte del contratto di secondo livello stipulato in ambito aziendale a garantire ai dipendenti part-time – che costituiscono oltre il 70% della forza lavoro del gruppo svedese in Italia – un trattamento economico dignitoso. In che modo?

 

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Ikea. I punti fondamentali del contratto per i quali non si è trovato un accordo sono tre: in primo luogo, i bonus: fino a questo momento l’azienda aveva garantito un bonus “fisso” di 1.300 euro lordi all’anno – in pratica, una mensilità in più – ai dipendenti dei punti vendita che raggiungevano buone performance annuali, mentre adesso vuole passare a un bonus variabile; in secondo luogo, le domeniche e i festivi: i dipendenti Ikea passerebbero da una maggiorazione dello stipendio del 70% per coloro che lavorano la domenica e del 120% per i festivi ad una maggiorazione base del 30%, che aumenterebbe progressivamente al crescere del numero di giorni festivi in cui il singolo dipendente lavora; infine, l’introduzione in Italia del cosiddetto Ikea Bonus Program, che lega la retribuzione a parametri come vendite, margini, produttività e risultato operativo.

All’annuncio dato a giugno della volontà di non rinnovare il contratto di secondo livello le organizzazioni sindacali (Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil) avevano risposto con otto ore di mobilitazione: l’iniziativa aveva raggiunto livelli di adesione molto alti – con punte del 95 percento dei dipendenti a Firenze e a Bologna, secondo quanto riportato in quell’occasione dal Sole 24 Ore – ma non si era tradotta in un’azione organizzata a livello nazionale, limitandosi a contesti territoriali. Sabato 11 luglio, invece, gli oltre seimila dipendenti Ikea italiani incroceranno le braccia tutti insieme.

Il gruppo svedese, intanto, giustifica il suo intervento spiegando che è necessario introdurre «un sistema di valorizzazione della parte di retribuzione variabile» e, inoltre, «un innovativo sistema di gestione dei turni, per rendere più equi i trattamenti per il lavoro domenicale e festivo che oggi presentano differenze sia da negozio a negozio, che all’interno dello stesso punto vendita (tra vecchi e nuovi assunti), accompagnate da un sistema che riconosca una percentuale di maggiorazione crescente legata al numero di presenze». Ma è evidente che anche per Ikea la crisi si fa sentire: dal 2012 ad oggi, infatti, le perdite complessive ammontano a 52 milioni di euro, mentre il decremento di fatturato ad 85 milioni.

 

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Auchan. Per il gruppo francese, presente in Italia con 60 ipermercati e oltre 300 punti vendita complessivi, la crisi è iniziata nell’aprile di quest’anno. La voce degli esuberi che avrebbero riguardato una parte rilevante degli oltre 12 mila dipendenti circolava già da alcune settimane, finché, il 27 aprile, arriva la doccia fredda: l’annuncio ufficiale, infatti, riguarda inizialmente 1.426 collaboratori, di cui 35 in provincia di Bergamo (29 nel punto vendita di Via Carducci e 6 nel deposito di Calcinate). Successivamente i numeri vengono ridimensionati, anche se di poco: si arriva a 1.345 esuberi a livello nazionale, annunciati nel mese di maggio.

Infine, pochi giorni fa, l’accordo: nessun licenziamento, ma solo grazie all’altissima percentuale di adesione che ha avuto la proposta dell’azienda dell’incentivo all’esodo. Sancito il principio della volontarietà: i dipendenti che decideranno di lasciare l’azienda, fino al raggiungimento del numero di 1.345 annunciato a maggio, otterranno in cambio un incentivo economico che – spiega Luisella Gagni, della Filcams-Cgil di Bergamo – «nei dettagli è stato comunque frutto di contrattazione individuale, dunque non esiste una cifra comune a tutti».

Anche in questo caso, però, un altro nodo da sciogliere riguarda il mancato rinnovo del contratto integrativo: già il 12 marzo, quando la crisi del gruppo francese era diventata palese, durante le trattative coi sindacati l’azienda aveva chiesto delle deroghe al contratto nazionale in materia di demansionamento, rinuncia alla quattordicesima mensilità – strutturale per il sud e temporanea per i punti vendita del nord – oltre alla sospensione degli scatti di anzianità e del contratto integrativo.

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