Quando il lavoro di una vita vacilla
e scopri di avere un amico in più

La lettera di trasferimento ci è arrivata da una settimana. Minimo preavviso. Fra meno di un mese dovremo essere tutti a Roma. La nostra redazione (Corriere dello Sport-Stadiondr) chiude, e quando ci penso l’impressione è che chiuda un pezzo di vita: non potrò più portare le mie nipotine a scuola, non potrò giocare con loro nei ritagli di tempo, niente più piscina, amici, famiglia. Soltanto un lavoro a quattrocento chilometri da qui, e tanti treni su cui passare il giorno di riposo. Il sindacato ci ha detto che c’è poco da fare, «il contratto non tutela i giornalisti in questo caso, il trasferimento fa parte del lavoro». Mi chiedo se anche trasferirsi ogni dieci anni faccia parte del lavoro, e già che ci sono lo chiedo a uno dei miei compagni di università: la risposta è la stessa che ci hanno dato anche gli altri avvocati: «In Italia gli imprenditori possono fare quello che vogliono». Esco a prendere un po’ d’aria. Di solito a quest’ora sono chiusa in redazione, è sempre una sorpresa accorgersi che Luca Carboni aveva ragione, che profumo Bologna la sera le sere di maggio. Non voglio andarmene un’altra volta.

Da quando è arrivato il trasferimento le abbiamo provate tutte. Il sindaco ha scritto una bellissima lettera, che purtroppo non ha sortito effetti. Il governatore ha speso parole speciali per il nostro lavoro, ma anche quelle sono cadute nel vuoto. Tutti ci ascoltano, ci danno una pacca sulla spalla, ci dicono che in fondo non ci hanno mica licenziato, e poi siamo solo in tre, a chi interessa la sorte di tre persone? C’è quella frase che continua a sbattere nella mia testa, in Italia gli imprenditori possono fare quello che vogliono.

Torno in ufficio, e di colpo avverto un’aria diversa. I miei colleghi sono tutti (tutti: due) accesi, quasi elettrizzati. Dicono: ci ha risposto il vescovo. Ha risposto come? Ci ha scritto? Mi guardo attorno in cerca di un plico, di un sigillo di ceralacca, di un messo vestito in pompa magna. Come risponde un vescovo? Mi dicono di aprire la posta elettronica. Ma certo, il vescovo ha la mail, come ho fatto a non pensarci? Sono appena due righe. Dice che ci aspetta da lui, si firma Matteo. Matteo?

Persino io conosco il nuovo vescovo. Ho letto che non dorme nella sede della Curia, ma ha una stanza nella casa del clero, l’ospizio dei sacerdoti in pensione. Che è stato a trovare i cassintegrati della Saeco e andandosene ha augurato «buona lotta». Che dopo uno sgombero gli occupanti si sono rifugiati in una chiesa e hanno chiesto che fosse lui, il vescovo Zuppi, a condurre la trattativa col Comune. Che ha destinato ai poveri e ai disoccupati gli utili della Faac, la multinazionale dei cancelli automatici che l’arcidiocesi ha ricevuto in eredità. Che quando ha traslocato qui si è portato la bicicletta per spostarsi in città. Che gli piacciono gli ultimi, gli invisibili.

Noi cosa c’entriamo in tutto questo? È vero che in quanto tre siamo quasi invisibili, ma non abbiamo davvero niente in comune con chi non ha una casa per i suoi bambini, con chi ha perso il lavoro e con chi non sa come mangiare o curarsi. Noi siamo ancora dei privilegiati. All’improvviso ho paura che il vescovo ci dirà «dov’è il problema?».

Il primo problema è che io non ho mai parlato con un vescovo. Guardo su Google alla voce «come ci si rivolge a…» e scopro che la formula corretta è Sua Eccellenza. Altrimenti Reverendissimo. Ma anche Eccellenza Reverendissima va bene. Mi scopro a fare le prove, e temo che non riuscirò a finire la frase. Provo a ricordare l’ultima volta che sono andata a messa. L’anno scorso la mia nipotina Cate ha fatto la Prima Comunione ma io ero al Giro d’Italia. Recupero nella memoria un giorno dell’autunno scorso, il funerale di un mio vecchio collega. Io la domenica vado alle partite, al giornale, non in chiesa. Al vescovo posso anche dirlo, ma forse è meglio non entrare nel discorso. Però se me lo chiede gli dico la verità, questo è sicuro.

Come ci si veste per andare dal vescovo? Opto per una camicia blu, i jeans, le ballerine. Il mio collega è in giacca, una rarità. Arriviamo in via Altabella, nella sede della Curia, ci stanno aspettando. Ci fanno salire nell’appartamento del vescovo, fra mobili del Seicento, specchi, soffitti altissimi e affrescati, una meravigliosa collezione di croci di ogni colore, materiale e dimensione. «Aspettatelo qui, non tarderà molto». Ci sediamo su un divanetto del salone, sul tavolino c’è una scacchiera, gli scacchi sembrano (sono?) d’argento, le torri in realtà sono mulini a vento. Giochiamo? Giochiamo. Siamo persi nella partita da qualche minuto quando una porta si apre all’improvviso. «Ehi. Chi vince?». Mentre il mio collega si alza e prende la mano del vescovo mettendo insieme la formula giusta da usare, io rimetto a posto in fretta gli scacchi e quando alzo lo sguardo mi trovo di fronte un uomo vestito da prete di campagna, che mi sorride. Prima che io abbia il tempo di aprire bocca, è lui a togliermi dall’imbarazzo. «Chiamatemi Matteo. Andiamo nel mio studio. Mando una mail e sono tutto per voi».

La stanza del vescovo ha le pareti piene di libri, e uno scrittoio sotto la finestra affacciata sulle torri del centro. In sottofondo c’è De Gregori che canta Bob Dylan. Quando viene a sedersi con noi mi sono già dimenticata tutto quello che avevo letto sulla forma, gli appellativi e la liturgia. «Ditemi che è successo». L’accento romano è forte, ho appena il tempo di pensare che magari gli dispiacerà sapere che non vogliamo tornare a Roma, in fondo è la sua città. Invece mentre parliamo mi è immediatamente chiaro che lui, Matteo, ha capito perfettamente. Le domande che interrompono la nostra supplica sono precise, mirate, chiare. Gli spieghiamo che questo giornale non si può fare lontano da qui, che si perderebbero i legami con la città, con lo sport di base, con le attività giovanili. «Nun vonno proprio capì». Ridiamo. Matteo il vescovo parla romano, ma soprattutto pensa. Dopo mezzora è già diventato uno di noi, si è messo dalla nostra parte, nei nostri panni. «Cosa possiamo fare? E se facessi questo? E se non funziona?». Dopo tre quarti d’ora abbiamo (ha) elaborato una strategia. Ma soprattutto sappiamo che qualcuno ci ha ascoltato, ci ha capito, sa che esistiamo. E vorrebbe fare qualcosa per noi, anche se sa benissimo che ci vorrebbe un miracolo, e forse è meglio tenere i miracoli per chi ne ha più bisogno.

È ormai sera. Saranno tutti questi libri, continuo a pensare a quando studiavo il greco, la mia materia preferita. C’è una parola che mi tormenta da quando il vescovo ci ha trovato a giocare a scacchi. La parola è carisma. Viene da caris, grazia, intesa come dono, il dono concesso a una persona a vantaggio di tutti. È come se il mio prof di greco me lo spiegasse adesso per la prima volta. Ma spiegarlo con un esempio è sempre più facile. Matteo il vescovo scende con noi, ma prima di uscire ci chiede un po’ di pazienza. Deve spegnere le luci di tutte le stanze, una per una. «Se no è proprio uno spreco».

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