Che cosa ha raccontato Sepúlveda
venerdì in Santa Maria Maggiore

Foto di Luca Baggi

 

Venerdì sera la Basilica di Santa Maria Maggiore è gremita. Ci sono più di mille persone ad ascoltare Luis Sepùlveda, in visita alla città per la rassegna Molte fedi sotto lo stesso cielo promossa dalle ACLI di Bergamo. Sepùlveda trasmette un’immagine dura: saranno stati la prigionia, la tortura e l’esilio dalla sua patria, il Cile, dopo il golpe dell’11 settembre 1973 che portò all’assassinio di Salvador Allende e all’instaurazione della dittatura di Pinochet (sempre in Cile, non in Venezuela).

Chiunque dovrebbe meravigliarsi pensando a come sia possibile che un uomo segnato in questo modo possa aver scritto racconti leggeri come la Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. È proprio questa l’immagine che il più delle volte associamo allo scrittore cileno: il cantastorie che ci prende per mano attraverso le prime letture dell’infanzia. Non a caso infatti nelle prime file, seduti tra i numerosi liceali, facciano capolino anche i volti dei bambini, a volte coperti da un berretto per ripararsi dal freddo.

 

 

Gli esordi da scrittore. Chissà che cosa avranno pensato quando Sepùlveda ha preso a raccontare come è iniziata la sua carriera di scrittore. Tutto comincia all’Instituto Nacional di Santiago del Cile, quando si ritrova a scambiare due chiacchiere con un suo compagno di studi: «Non eravamo particolarmente amici. Lui era già un uomo d’affari: girava sempre con una scatola piena di cancelleria da vendere agli altri studenti e prima degli esami faceva lo stesso con le copie dei suoi appunti». Il suo compagno gli fa notare che è cambiata la professoressa del corso di storia dell’arte, «un corso facoltativo seguito soltanto da tre o quattro persone che era diventato il più frequentato di tutto l’Instituto perché era arrivata una nuova professoressa bellissima». E gli propone di scrivere e vendere un racconto erotico con lei come protagonista.

 

 

«Ai tempi non pensavo che sarei finito a fare lo scrittore. Studiavo teatro perché volevo diventare un drammaturgo o un regista teatrale. Durante gli studi lavoravo in un ristorante e cominciai a pensare che avrei potuto imparare il mestiere da uno chef italiano e aprire un ristorante tornato a casa». Ma quel libricino “a luci rosse” cambiò tutto: «Fu un successo e il mio compagno ci guadagnò anche dei soldi. Io invece rischiai l’esplulsione dall’Instituto, ma il direttore decise di mandarmi per sei mesi a scrivere gli sceneggiati di uno spettacolo teatrale giornaliero di una radio di un suo amico». Poi Sepùlveda cominciò a lavorare per un giornale locale, fino a diventare l’autore che è oggi, e tutto grazie a un “libretto rosso” che un suo compagno lo aveva spinto a scrivere. Ma non finisce qui: «Quel ragazzo oggi è Jorge Rodríguez Grossi, il Ministro dell’Economia cileno». E Santa Maria Maggiore si riempie delle risate dei presenti.

 

 

Il rapporto con Salvador Allende. Cosa c’entra questo con Salvador Allende? C’entra eccome, perché è proprio per via delle esperienze politiche dei suoi anni di studio che Sepùlveda fu scelto come parte della sua scorta. «Un giorno ricevetti una chiamata: compagno Sepùlveda, per via della tua esperienza da dirigente del sindacato degli studenti abbiamo deciso che tu divenga parte della scorta del compagno presidente. È stato l’onore più grande della mia vita».

Quando parla di Allende, Sepùlveda è appassionato e coinvolto. «Avevo la possibilità di stare insieme ad un uomo straordinario che ha lasciato un segno nella società non solo cilena ma mondiale». Allende viene eletto nel 1970 e per Sepùlveda non è per niente «frutto del caso»: è il primo socialista ad essere democraticamente eletto perché «aveva capito che era possibile cambiare la società senza la lotta armata». Allende fu sostenuto dallo sviluppo di una forte coscienza sociale e attivismo politico, ma non fu mai compreso da molti dei partiti comunisti dell’epoca. «Potevamo capire la critica della destra, ma non la sinistra che ci accusava di non riferirci abbastanza a Marx: facevamo una rivoluzione “con poco Lenin e troppo Lennon”». Ma in realtà la rivoluzione di Allende non avrebbe portato alla dittatura proletaria, perché il Cile era un paese in cui la speranza di vita era di cinquant’anni mentre negli stessi anni in Germania era di sessantacinque: «Facciamo questa rivoluzione, diceva Allende, non per instaurare la dittatura ma per vivere con dignità in una società fraterna».

 

 

La fine della rivoluzione. «Questo sogno democratico era pericolosissimo, ancora di più del comunismo cubano, perché era imitabile»: ben presto qualunque altro stato del Sudamerica avrebbe potuto riprodurre questa forma di governo. «Per questo gli Stati Uniti hanno voluto terminare con un golpe fascista non solo la presidenza di Allende ma un sogno di cambiare la società in modo democratico e pacifico». Fortunatamente «la maggior parte della popolazione non ha dimenticato che quello di Allende è stato l’unico tempo di speranza della sua storia». E si rivolge ai giovani che riempiono la chiesa: «Non dovete permettere a nessuno di rubarvi la giovinezza. Quell’11 settembre capii che i golpisti non mi rubarono solo la possibilità di vivere in un Paese democratico e di coltivare un sogno bellissimo, ma anche della mia giovinezza. Quel giorno mi dissi che ero diventato improvvisamente un adulto, che ero invecchiato anzitempo». Ed esorta a «vivere la vita intensamente perché non farlo vuol dire offendere la vita, e nessuno ha il diritto di farlo».

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