Dalmine dice addio al Bar Gimondi
dopo un secolo di onorata attività

Lo storico bar Gimondi di piazza Vittorio Emanuele II a Dalmine potrebbe abbassare definitivamente la saracinesca a fine dicembre, dopo 102 anni di attività. Tina Gimondi non se la sente più di tenere aperto: «Ormai è ora di andare in pensione – dice -. Qui non ci viene più nessuno, sono più le tasse che pago che i soldi che guadagno. Mi piange il cuore, ho versato tante lacrime prima di prendere questa decisione, ma purtroppo devo affrontare la realtà. Me lo dicono sempre anche le mie figlie».

Una storia di famiglia. Tina in questo bar, che in un secolo è rimasto pressoché immutato, ci è nata. L’attività, aperta nel 1915, era dei suoi nonni. «Ho cercato di ricostruire bene la storia della mia famiglia – racconta la titolare -. Pare che prima di avere il bar a Mariano ne avessero un altro a Osio Sopra, ma non ci sono tracce scritte in Comune. Io e mio fratello siamo nati nelle camere sopra il bar. La cucina è dietro al bancone, quindi vivevamo qui. Ho sempre dato una mano, fin da piccola. Ricordo che avevo uno sgabello per lavare le tazzine perché non arrivavo al lavandino. Ora ho messo lo sgabello per i miei nipoti perché quando vengono qui giocano a fare i gelatai e a servire il caffè». Il bar è dotato di una sala con un bel biliardo, ma è domenica mattina e ai tavoli non c’è seduto nessuno, neanche un anziano che si beve un bianchino al banco.

 

 

102 anni di ricordi. Guardando questo posto si riesce ancora ad immaginare uomini intenti a giocare a carte immersi in nuvole di fumo, altri con la stecca in mano, risate e imprecazioni per una calata sbagliata. In 102 anni ne sono passate di persone qui dentro e anche fuori, perché nel cortile sul retro c’era il campo da bocce. Dove sono finiti tutti? «Ora gli anziani vanno al centro per la terza età di Dalmine oppure all’oratorio – spiega Tina -, qui non vengono più. Da bambina ricordo che il bar era sempre pieno, dall’ora di apertura fino a quella di chiusura. Quando ancora c’era mia zia, dato che mia nonna Beatrice aveva lasciato a lei la licenza, facevamo anche da mangiare e nel 1980 sono venuti per dieci giorni filati i Matia Bazar. Facevano le prove qui al teatro “Le Muse” e venivano a pranzo da noi». Appeso al muro c’è ancora incorniciato un tovagliolo disegnato e autografato dal gruppo dei cantanti come omaggio al bar Gimondi.

Quante storie dentro queste mura, anche se Tina inizialmente dice di non ricordarle. Mentre parla però qualche episodio particolare riaffiora e inizia a raccontare delle vere e proprie storie da bar. «C’erano l’Angelo Vescovi e il Natale Maffeis che erano davvero dei personaggi. Ti facevano morire dal ridere quando si mettevano a raccontare le loro avventure. Come quella volta che facevano la ronda di notte e avevano visto una luce in una cascina qui vicino. Così erano andati a controllare e avevano visto degli uomini che stavano caricando alcuni maiali su un camion. “Cosa state facendo?” avevano chiesto. “Carichiamo i maiali sul camion”, avevano risposto quelli. “Vi diamo una mano” e così l’Angelo e il Natale si erano messi ad aiutare. Dopo aver salutato e ringraziato per la disponibilità, quelli del camion se ne erano andati e i due erano tornati a casa a dormire. La mattina dopo alla cascina c’erano i carabinieri perché nella notte erano stati rubati i maiali. Non si erano accorti che avevo dato una mano a una banda di ladri!». Tina ride di gusto ricordando questi aneddoti.

 

 

Sempre Natale e Angelo erano andati al cinema per la prima volta e, come nella classica scena dei fratelli Lumière poi riproposta anche in un film di Fantozzi, sullo schermo proiettavano l’arrivo di un treno. I due ragazzi erano seduti su una panca e, spaventati per l’avanzare della locomotiva, erano finiti a gambe all’aria. «Per lo spavento sono usciti e si sono comprati una bibita – prosegue la titolare del bar -. Una volta le cannucce erano di paglia e uno dei due non sapeva a cosa servisse quel filo d’erba secca nella bottiglietta, così aveva chiesto all’altro che, essendo il figlio del mugnaio, era considerato più istruito. Lui gli aveva detto che probabilmente si mangiava, così si erano messi a sgranocchiare la paglia e, fingendo nonchalance, se la sputavano in mano per non far figura».

Vescovi, Maffeis e un altro loro amico erano molto legati al bar Gimondi e alla famiglia di Tina: «Una volta si usava vegliare i morti anche di notte così, quando è morta mia nonna Beatrice, l’abbiamo messa qui nel retro del bar. I tre sono venuti e si sono offerti di vegliare mia nonna, così mia zia prima di andare a letto ha ringraziato e ha detto loro di servirsi pure al bar, se avessero avuto bisogno di qualcosa. La mattina quando si è svegliata li ha trovati qui ubriachi fradici che cantavano il Te Deum, ma siccome non conoscevano il latino si inventavano tutte le parole».

Tra un mese questo luogo storico di Mariano chiuderà i battenti, portando con sé tutte le bevute e le risate, le avventure e i racconti delle migliaia di dalminesi che ci sono passati. Oltre a quello di Tina, piange davvero un po’ il cuore a tutti coloro che qui hanno un ricordo.

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