Cosa ha detto Salvini a Roma
e chi erano i centomila in piazza

«Duce! Duce!», «Vaffa questo, vaffa quell’altro!». Ma che sta succedendo? Dove ci troviamo? Se un qualsiasi passante si fosse fermato semplicemente ad ascoltare la voce di Piazza del Popolo a Roma sabato, 28 febbraio, avrebbe senz’altro avuto notevoli difficoltà a capire chi fossero quelle decine di migliaia di persone che, fra immagini di Mussolini, stendardi anti-Islam e parolacce in libertà, hanno dato vita ad una chiassosa manifestazione politica. La risposta sarebbe arrivata facilmente dando una rapida occhiata al palco d’onore, dove ad arringare la folla, coperto dal frastuono di applausi e inneggiamenti, c’era Matteo Salvini, il leader di quella Lega a cui il termine “Nord” ormai sta davvero troppo stretto. Il popolo leghista infatti, trainato dal suo indiscusso vate, ha lanciato sabato ufficialmente la sfida a Renzi e al Governo attraverso un’adunata propagandistica che mira non più ai soli cittadini del Settentrione, ma all’Italia intera. È stato un momento molto significativo, poiché ha delineato definitivamente i tratti del partito politico che verrà, rendendoli, paradossalmente, ancor più confusi e incerti.

I punti toccati da Salvini. Erano 100 mila, secondo il Matteo di Milano, i cittadini radunatisi attorno a lui a Roma, qualcuno di meno secondo la prefettura; certamente, comunque, un numero considerevole. Tutti lì per ascoltare il leader del Carroccio, che, come detto, ha mosso ufficialmente il piede di guerra nei confronti del Premier Renzi, tanto da titolare la stessa manifestazione con lo slogan “Renzi a casa!”. Durante il comizio, durata circa un’ora, Salvini si è soffermato su diverse questioni.

Per quanto riguarda eventuali alleati politici, il numero uno della Lega è stato chiaro: chiusura totale per Alfano (a cui la piazza ha riservato diversi “vaffa”), disponibilità nei confronti di Forza Italia solo in caso di condivisione del programma, porte più che aperte ai delusi da Renzi e anche agli ex grillini.

Un video di pochi minuti contenente il saluto di Marine Le Pen, leader del Front National francese, ha offerto l’occasione per parlare di immigrazione («Gli extracomunitari sono da rimandare a casa, non ne deve sbarcare più nemmeno uno»), rom («Manderemo loro una lettera: ‘fra tre mesi arrivano le ruspe a spazzare via i campi, organizzatevi di conseguenza’») e Islam («Non ho nessun problema con la religione islamica ma prima deve maturare e poi tra qualche decennio ne riparliamo»).

Poi è stato il turno degli attacchi a Renzi (“vaffa” di rito), accusato di aver creato uno Stato ladro, di essere uno sciocco servo di Bruxelles e un annientatore dell’economia, nonché promulgatore di leggi a cui è giusto disubbidire. Infine alcuni punti programmatici, dalla legalizzazione della prostituzione all’aliquota fissa al 15 percento. Cioccolatino finale a Putin, «fondamentale alleato contro il terrorismo». Discreto azzardo elogiare il leader del Cremlino proprio nel bel mezzo della bufera circa l’omicidio dell’oppositore russo Boris Nemtsov: effettivo endorsement o gaffe?

 

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Una piazza tanto variegata da destare perplessità. Ad acclamare Salvini in Piazza del Popolo era presente una folla incredibilmente sfaccettata: non solo lo storico zoccolo duro nordista della Lega, ma anche la nuova formazione meridionale di “Noi con Salvini”, Casa Pound e diversi altri gruppi neofascisti, le estreme destre francesi e tedesche di Bloc Identitaire e Pegida, l’appoggio multimediale di Marine Le Pen, alcuni gruppi azzurri di Forza Italia. Con chi intende dialogare e costruire realmente, dunque, Matteo Salvini? Come sarà possibile cercare l’appoggio europeo del movimento anti-Islam per eccellenza, Pegida, senza prendere posizioni dure e decise al riguardo? Come giustificare all’opinione pubblica il fortissimo consenso, e l’accondiscendente apertura, nei confronti dei tanti gruppi neofascisti presenti? Come coniugare Casa Pound e la mano tesa a Forza Italia? Come attirare, a fronte di queste premesse, i renziani delusi?

Sono tutte domande che destano un’inevitabile perplessità, e che inculcano nella testa di tutti il tarlo che Salvini, forse, più che una vera e propria formazione politica con un’identità precisa, stia andando a caccia di consensi (e quindi voti) ovunque sia possibile reperirne, sfruttando temi e polemiche su cui si può far leva con facilità. Con i dovuti distinguo, pare una sorta di M5S 2.0, il quale ha ampiamente dimostrato, in questi due anni, tutti i rischi insiti nell’approfittare del malcontento popolare senza occuparsi di creare una vera identità.

D’altro canto, per quanto la manifestazione di piazza del Popolo, per modalità e contenuti, sembrasse davvero appartenere a un’altra epoca (anni Venti e Trenta, ad esempio), Salvini sa benissimo di non poter presentare all’Italia un partito a dir poco pendente verso l’estrema destra, poiché avrebbe, politicamente, vita più che breve. La Lega si trova dunque in mezzo alle due mortifere alternative testé descritte, e ben converrebbe al suo leader, pena una fine politicamente certa, trovare una terza via il prima possibile.