Ex Creberg, la truffa dei diamanti
scaricata sulle spalle del personale

Un «bene rifugio», un «ottimo investimento» dai «rendimenti assicurati». Così i dipendenti di Banco Bpm (e, prima, del Credito Bergamasco) invogliavano i clienti a comprare diamanti. E ci credevano per davvero, tanto da investire loro stessi in quelle pietre preziose; tanto da suggerire l’acquisto anche ad amici e parenti. Ora che il vaso di Pandora è stato scoperchiato, però, lo tsunami sta travolgendo tutti. In primis proprio loro, i punti di riferimento di risparmiatori e investitori, il volto pubblico della banca. Alcuni dei loro nomi sono finiti anche sulle pagine del Corriere Bergamo, estrapolati dalla lista dei 68 indagati dalla Procura di Milano. Una «giustizia mediatica», come è stata definita da alcuni dipendenti del Banco Bpm, che fa ancora più rabbia. Perché queste persone, oggi, si sentono abbandonate dagli stessi vertici che, fino a due anni e mezzo fa, li spingevano a proporre i diamanti ai clienti.

Il bidone diamanti. La vicenda che BergamoPost ha definito «bidone diamanti» è ormai nota: due società, la Diamond Private Investment (Dpi) e la Intermarket Diamond Business (Idb, dichiarata fallita a gennaio 2019), vendevano diamanti a prezzi rialzati a persone ignare attraverso l’intermediazione di cinque banche, ovvero Banco Bpm, Monte dei Paschi di Siena, Banca Aletti, Unicredit e Intesa Sanpaolo. I primi ad accorgersi che qualcosa non andava furono i giornalisti di Report, che nel settembre 2016 realizzarono un’inchiesta sulla vicenda. Da allora, il castello costruito da società e banche è crollato pezzo dopo pezzo. Da quel servizio partì anche un’indagine dell’Antitrust, scaturita in una maxi sanzione per società venditrici e banche (confermata anche dal Tar) e si è arrivati poi all’attuale indagine della Procura di Milano e al sequestro da oltre settecento milioni di euro compiuto dalla Guardia di Finanza.

 

 

Solo intermediazione? Le banche si sono sempre difese sottolineando come il loro ruolo fosse soltanto quello di intermediarie tra le società venditrici e gli investitori, ma le indagini e soprattutto le testimonianze dei dipendenti degli istituti stessi stanno portando alla luce la realtà dei fatti: in cambio di ogni diamante venduto, la banca si intascava una commissione elevatissima. Per questo, prima che il caso esplodesse, i vertici spingevano i propri dipendenti a proporre con sempre maggior insistenza l’investimento in pietre preziose ai clienti. In tal senso, Banco Bpm è l’istituto più esposto: a differenza delle altre banche coinvolte, infatti, è quella che ha venduto più diamanti e che ora sta trovando maggiori difficoltà a soddisfare le richieste di risarcimento dei propri clienti, tanto da aver deciso di valutare «caso per caso», spesso arrivando a proporre rimborsi decisamente inferiori alle cifre in realtà sborsate dagli ignari compratori.

Come funzionava il sistema. «Il ruolo della banca è stato decisivo: nessun cliente avrebbe acquistato i diamanti se l’operazione non gli fosse stata proposta all’interno del suo istituto di credito»: a dirlo è Marco Arlati, dipendente del Banco Bpm e sindacalista della Fabi (Federazione autonoma bancari italiani, il sindacato dei bancari), in un’intervista a Mondo Padano. Tra il 2012 e il 2016, di mese in mese, le «sollecitazioni al collocamento dei diamanti sono diventate sempre più forti – spiega Arlati -. Noi abbiamo denunciato ai vertici che…

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 7 del BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 7 marzo. In versione digitale, qui.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.