Ezio Gritti: «Chiudere il ristorante
è stato come lasciare un figlio»

Fa freddo, il riscaldamento è spento da qualche giorno. Ezio Gritti indossa un giaccone nero, lungo ed elegante, e una sciarpa. Guarda i tavoli in ordine e le sedie vuote. L’occhio sbrilluccica un po’, ma non piange. «Per me è come lasciare un figlio», dice. Dopo due anni («Venticinque mesi», precisa lui), il ristorante che porta il suo nome sul Sentierone ha chiuso i battenti. Un finale amaro, soprattutto per lui che aveva fortemente creduto nell’ambizioso progetto: portare una cucina di livello come la sua nel salotto della città, in un locale bellissimo, con tanto di terrazza. Pareva la scommessa giusta per lui, dopo la chiusura della pluriennale (e stellata) avventura all’Osteria di Via Solata e tre anni a Bali. E invece…

 

[Ezio Gritti e la sua “brigata” nella cucina del ristorante. Foto Quaranta]

 

Cosa non ha funzionato?

(Alza le spalle, ndr) «Non saprei. È stata una scelta del finanziatore».

Che lei non condivide?

«Io ci ho messo passione, esperienza. Tutto me stesso. Ma alla fine la decisione, legittima, è sua».

Fabio Leoncini, che su di lei e sul suo ristorante ha investito, ha detto che la sua offerta non era più adatta al mercato di Bergamo.

«Opinioni. Ma, allora, mi chiedo cosa significhi proporre “un’offerta adatta” al mercato di Bergamo».

Il dubbio è che le cose non andassero bene, economicamente parlando.

«Questo no. A dicembre 2017, tredici mesi esatti dopo l’apertura, avevamo già coperto i costi di avviamento. E ci tengo a dire che fornitori e dipendenti sono sempre stati pagati puntualmente. Certo, per fare utili bisognava aspettare ancora un po’…».

Due anni non sono abbastanza?

«Sono pochi in generale. Avevamo appena seminato, il 2019 sarebbe stato l’anno in cui avremmo raccolto i primi frutti, ne sono certo. Stava sbocciando tutto. Questa gelata, purtroppo, ha spento la nostra primavera».

 

[Ezio Gritti e il socio Fabio Leoncini il giorno dell’inaugurazione. Foto Quaranta]

 

È ferito?

«Ferito no, amareggiato molto. La risposta della clientela era positiva. Non c’era la coda, ma abbiamo sempre lavorato, sia a pranzo che a cena».

Qualcuno ha parlato di «chef incompreso» e offerta un po’ «pretenziosa», visti i tempi.

«Sono state scritte cose che non mi sono piaciute. Ma soltanto perché non ci si è informati dovutamente. Non credo di non essere stato compreso e nemmeno di aver proposto una cucina “complicata”. Legga il menù: è chiarissimo, ogni piatto dice espressamente quel che è».

Quanto costava, mediamente, una cena da lei?

«Settanta euro. Ed è un calcolo matematico, eh. Poi c’era chi spendeva cento e chi cinquanta, io non ho mai posto né tetti né cifre minime. A pranzo facevo menù da 22 euro. Chi dice che si spendeva troppo non sa di che parla. Non avevo prezzi “popolari”, ma non ero neppure…

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 8 del BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 14 febbraio. In versione digitale, qui.

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