Genitori, vi siete ricordati
di ringraziare la scuola?

Le presidi e i presidi di Bergamo e provincia parlano con voci pacate o decise, mai confuse. Anche se sono le undici di sera di una giornata di scrutini, anche se fa caldo e fuori dalla finestra stanno tagliando gli alberi della loro scuola. Hanno fibre d’acciaio, non sono sconsolati. Ma raccontano tanto. Davanti ai loro uffici si presentano genitori senza appuntamento a chiedere promozioni, ignari dei voti dei figli. Per email le madri chiamano per soprannome gli studenti – uomini fatti – domandando eccezioni tecnicamente impossibili (verifiche in bianco, scene mute, una sfilza di 4). Si è in un secondo la scuola peggiore del mondo, se appena il voto sul registro non corrisponde ai desideri o al mood della giornata, e il secondo dopo quella che li deve accogliere per forza.

I loro ragazzi hanno gli occhi buoni, in verità. Dietro i banchi sono come tutti gli studenti da che mondo esiste: studiano, non studiano, hanno paura, imparano a non averne, chiacchierano, si lasciano incantare, si innamorano di quella con gli occhi verdi, litigano con matematica, fanno arrabbiare, fanno sorridere. Tendenzialmente, comunque, accolgono. Anche il più riottoso, almeno in un momento dell’anno allunga la mano di qua dalla cattedra, ammesso che esistano ancora professori che passano l’ora solo di qua dalla cattedra. Almeno una volta in questi nove mesi di nascita e lotta continua da settembre a giugno, i ragazzi si fidano del professore. Stanno in relazione con il professore. I genitori no. I genitori hanno molta più paura, molta più ansia (da prestazione) di loro, perdonano molto meno di loro. A gennaio sono entrata nella mia classe di coordinamento, era giorno di riconsegna di tre verifiche. A gennaio, se il professore è nuovo, è l’ultima occasione buona per prendere le misure. Di come valuta, di cosa chiede, di cosa dà e di come è. Tre verifiche, una marea di insufficienze in tre diverse materie. È stata l’unica volta nell’anno in cui la mia voce ha marcato la possibilità di un’incazzatura di quelle micidiali, da silenzio che poi cala per ore di lezione e nessuno fiata più. Hanno preso le misure. Non azzardatevi – ho detto – non azzardatevi a contestare un singolo voto a nessuno dei miei colleghi. Non azzardatevi, ho ripetuto. Uno solo ha preso il coraggio a due mani per replicare, ma piano: e se non capiamo? Fidatevi, gli ho risposto. Si sono fidati. Non è difficile, per loro. Ogni tanto non sanno: quel 5 in filosofia, quel 4 in matematica dopo aver studiato settimane. Ma se ne fanno una ragione, o perdonano. Stanno in relazione col professore. Tutto qui. Non è difficile.

Il difficile è quando arrivano a casa. Perché lì il debito non lo possono avere. Neanche uno, bei tempi quelli in cui la bocciatura era il problema. Perché mamma e papà non la capiscono, questa cosa. Che si può sbagliare, che il voto ha sempre un senso pure quando non ce l’ha. Che crescere vuol dire disattendere le aspettative una, due, infinite volte. Che quel ragazzo non è…

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 5 del BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 20 giugno. In versione digitale, qui.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.