Quei giovani pronti alla jihad ebraica
Una piaga che brucia Israele

Gli ultimi fatti di cronaca, i più gravi degli ultimi anni, stanno costringendo Israele a fare i conti con se stesso. Nel Paese è infatti in atto un crescente aumento degli episodi di violenza ai danni di chi non abbraccia l’ebraismo nelle sue declinazioni più estreme. A compiere questi atti, che lo stesso governo di Israele ha definito terroristici, sono giovani appartenenti al movimento dei coloni. Ebrei della diaspora che hanno deciso di ricominciare la loro vita in Israele, facendo quello che in ebraico si chiama l’aliyah, ritorno, uno dei cardini del sionismo. Invocando passi biblici che sostengono che Israele sia la loro Terra Promessa, occupano le terre della Cisgiordania, che secondo il diritto internazionale appartengono ai palestinesi. Ciascun colono in media mette al mondo molti figli, difficilmente meno di 5 o 6, in modo che la tradizione di famiglia venga perpetrata e il popolo eletto non si estingua.

Il movimento dei coloni e l’influenza politica. Sono proprio questi coloni di seconda generazione, a volte anche di terza, ad essere i più accaniti contro i palestinesi e contro chiunque non si riconosca nel loro movimento. Una deriva pericolosa, che mette in crisi la natura di Israele come Stato democratico, dal momento che i coloni hanno una forte rappresentanza e influenza in parlamento, essendo al governo insieme al premier Netanyahu. Non solo: senza l’appoggio del partito ultranazionalista dei coloni, Netanyahu non avrebbe la maggioranza per governare.

La jihad ebraica. Due volti di questo integralismo che già da anni è strisciante nella realtà di quella terra che ha dato i natali a Gesù sono Aviya Morris e Rapahel Morris, entrambi ventenni. Oltre a essere marito e moglie i due sono uniti dallo stesso odio nei confronti dei non ebrei. Quasi come se fosse una guerra santa la loro, tanto che alcuni commentatori non hanno esitato a descrivere quanto sta accadendo una jihad ebraica, prendendo a prestito uno dei simboli del fondamentalismo islamista e mettendo di fatto sullo stesso piano, o quasi, i due fenomeni.

 

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Aviya Morris. Aviya è una giovane mamma e qualche giorno fa, in visita sulla Spianata delle moschee a Gerusalemme (o Monte del Tempio come lo chiamano gli ebrei) ha gridato «Maometto è un maiale», scatenando un vero e proprio putiferio. Secondo lei in uno Stato democratico quale Israele i diritti degli ebrei non vengono difesi, mentre i dimostranti musulmani possono fare quello che vogliono. La sua storia è raccontata dal Washington Post, che definisce Aviya come il volto fresco dell’estremismo ebraico. Vive a Shilo, insediamento poco lontano da Nablus. È una persona già conosciuta alle forze dell’ordine. Nel 2012 sputò addosso al parlamentare arabo israeliano Ahmad Tibi durante un dibattito all’università Bar-Ilan University di Tel Aviv, e l’anno dopo è stata arrestata con l’accusa di coinvolgimento in atti vandalici al monastero di Gerusalemme della Croce: aveva scritto su un muro offese molto pesanti a Gesù. La rilasciarono senza pagare alcuna ammenda. Anche nei giorni scorsi è stata arrestata per poco tempo per gli insulti a Maometto: le hanno impedito di andare in Città Vecchia a Gerusalemme per una settimana, decisione presa, per lo più, per la sua sicurezza.

Raphael Morris. Il marito di Aviya si chiama Raphael e sta combattendo per liberare Israele dai non ebrei, ed espandere gli insediamenti in Giudea e Samaria. Il suo movimento, di destra, che tradotto in italiano si chiama “Ritorno al Monte”, ha come programma la cacciata di tutti gli arabi dai luoghi santi dell’ebraismo. Il Monte è appunto il monte del Tempio, dove vogliono costruire il Terzo Tempio, l’edificio più sacro per l’ebraismo. Shilo, l’insediamento in cui vive con la moglie, venne costruito simbolicamente sui resti di quello che fu luogo di culto ebraico prima della costruzione del Tempio. È a poca distanza da Duma, il villaggio palestinese dove è stata data alle fiamma una casa di palestinesi e nell’incendio è morto un bambini di 18 mesi, Ali Dawasbah.

 

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120 attacchi da gennaio. Non è la prima volta che accadono fatti simili, solo dall’inizio del 2015 secondo l’Onu, ci sono stati almeno 120 attacchi da parte dei coloni in tutta la Palestina occupata, e quella che i coloni chiamano ancora Samaria è la zona dove la violenza è più feroce.

Niente risarcimento. Per l’incendio di Duma è stato arrestato un 23enne, Meir Ettinger, nipote del rab­bino Meir Kahane, fon­da­tore del gruppo Kach, anti-palestinese e raz­zi­sta. Su di lui pende l’accusa di essere anche tra gli autori del rogo doloso alla Chiesa delle Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci a Tiberiade. Nonostante il Presidente dello stato di Israele Rueven Rivlin abbia definito questi coloni come «terroristi ebrei», i membri superstiti della famiglia Dawabsha non saranno riconosciuti come vittime del terrorismo da parte di Israele e non avranno diritto a ricevere un risarcimento. Nablus e dintorni non sono Israele, si può obiettare, ed in effetti è così. Ma secondo questo presupposto non dovrebbero essere cittadini israeliani nemmeno i coloni, che invece lo sono e in quanto aventi esercitato l’aliyah hanno una serie di benefici, soprattutto fiscali.

 

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Benzi Gopstein l’istigatore. Ad aizzare gli animi dei coloni c’è un rabbino. Si chiama Benzi Gopstein ed è colui che ha fondato il movimento Lehava, inizialmente per combattere l’assimilazione e i matrimoni misti, poi ricettacolo di estremisti del calibro di Ettinger e molti altri. In passato era finito in carcere per incitamento alla violenza e all’odio razziale, ma dopo essere stato rilasciato è diventato un opinionista in una delle tv più popolari di Israele, Canale 10. Recentemente Gopstein ha pubblicamente dichiarato che le chiese e le moschee, in quanto simbolo di idolatria, vanno bruciate. Affermazioni che gli hanno valso una lettera di denuncia da parte degli ordinari cattolici di Terra Santa, circa 20 fra patriarchi, arcivescovi e vescovi in Israele, compreso il Custode francescano di Terra Santa.

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