Gli ultimi folli giorni di scuola
narrati da una «profe» di Bergamo

La collega entra con l’aria da pioggia – dopotutto per essere maggio non è neanche un cattivo novembre – ma non è per la pioggia. Appoggia la borsa sul tavolo della sala professori, fa un sospiro lungo almeno cinque secondi, poi dice: «Ma il documento del 15 maggio», punto. Non tre puntini di sospensione, non punto di domanda: punto. Il documento del 15 maggio – io che non ho le classi quinte ho dedotto in queste settimane – deve essere come gli ultimi mille metri di maratona, il cane a tre teste di Harry Potter, Scilla e Cariddi. Oltre c’è la fine, la salvezza, una nuova vita. Se arrivi di là.

 

 

Il documento del 15 maggio dura almeno una decina di email. In cui quello di filosofia (di solito è lui) non capisce perché il modello dell’anno scorso non è più buono che lui già allora ci aveva impiegato settimane per farci amicizia, quello che le competenze quali competenze questi non sanno neanche finire una frase, quella di inglese (o di matematica) che lo compila mettendoci pure le note a pedice, con una precisione che le prende almeno tre weekend, perché le cose si fanno bene o niente. E l’altra (latino) è la terza volta che salva e il pc per la terza volta le dice: errore di sistema. Il documento del 15 maggio – quello in cui si dà traccia della situazione in cui si sta consegnando una quinta alla maturità, a dire il vero si dà speranza della situazione – è di per sé un errore di sistema. C’è il collegio docenti che all’ordine del giorno dice: documento del 15 maggio, festa di fine anno, adozione libri di testo, Apocalypse Now, Full Metal Jacket. C’è il coordinatore di classe che prova a dare delle scadenze ai colleghi, i colleghi che sono colleghi quindi perché dovrebbero rispettare le scadenze, e poi hanno altro da fare, è maggio-novembre, time is over, le jeux sont faits ma i programmi no. I giri di interrogazione, poi, non parliamone.

Nei giri di interrogazione finali i ragazzi studiano. Male, ovvio; tutto insieme il giorno prima, ovvio; ma studiano. E quindi hanno, al contrario del solito, un sacco di nozioni da confondere. Ai silenzi di tutto l’anno sostituiscono voli pindarici, agilissimi remix, innocenti evasioni. Perciò dicono All’amica risanata caduta da cavallo, quando l’amica risanata di Foscolo è solo risanata («bella come una stella del mattino ad alzarsi dal letto, bella che le madri e le innamorate tremano per i loro uomini allo scostarsi delle coperte»). Quella che cadeva da cavallo si chiamava Luigia Pallavicini. Oppure Prosperìna, che è Prosèrpina, ma fa niente a loro piace di più con le lettere invertite, forse se la immaginano con i seni abbondanti e i fianchi morbidi, poi Prosperìna hanno ragione: fa più simpatia. Dato che viene risucchiata nell’oltretomba, perlomeno diamole un nome divertente. In seconda uno esordisce con: «Giustiniano era… Profe, sa, Giustiniano era un tipo particolare». Ed è vero, in effetti, col doppio mento e tutto quanto, poi si è messo pure a radunare quella cosa complicata del Corpus Iuris Civilis, hai voglia a non confonderla con l’Editto di Rotari longobardo che sta quattro pagine dopo. In compenso sai che ti vogliono bene quando davanti a un sonetto ripetono i termini difficili che hai regalato in spiegazione, e lo fanno pure con un certo aplomb: «Profe, come lei saprà, questa poesia – sonetto, dici tu, sonetto – Sì profe, questo sonetto, come lei saprà, è anepigrafo, cioè, come lei saprà, senza titolo». Oppure, mentre tieni gli occhi bassi per non farli agitare, si correggono da soli e non dicono una «repressione cattiv…» ma una «repressione brutale». Li ringrazi per la revisione di registro, ma la parola registro a loro rimanda solo quello elettronico, con le medie di fine anno. Per tutti gli altri, comunque, quelli del «siccome che Dante pensa di trovarsi con Beatrice entro sera», c’è il coretto della classe che ormai ti conosce e ti risparmia persino il fiato: «Diteglielo voi». E loro scandiscono: «In italiano corretto e corrente, per favore». Per favore è una falsa forma di cortesia, sanno che è un ordine, pena la morte.

 

 

Alla meglio, dopo il voto, li vedi che fanno i conti sulla calcolatrice con cui sbagliano le verifiche di fisica. La media matematica è una di quelle abilità che gli studenti acquisiscono alla nascita (morire, poi, che capiscano come girare i più e i meno di qua e di là dall’uguale delle equazioni). E rielaborano nei corridoi con un: «Profe è mai successo che un 4 diventasse un 6 in scrutinio?». Hanno un master anche nel prenderla alla larga, del resto. Per usare l’iPad anziché scrivere i temi a mano, a inizio anno, ti chiedevano: «Profe, ma lei che rapporto ha con la tecnologia?». «Buono, ma vado d’accordo anche con la biro e la carta». Alcuni recitano parti da Oscar, quasi piangono mentre pigolano: «Profe io avevo studiato è che ho perdite di memoria quando mi fa le domande, come posso fare?». Tu serafica scrivi il 4 e intanto dici: «Per quelle c’è il fosforo, per tutto il resto: studia che ti passa». Per tutto il resto, la gita-alternanza scuola-lavoro si avvicina, i professori di quarta esultano in silenzio, le docenti accompagnatrici ad alta voce. Le agende in sala professori ormai sono compilate fino all’ultimo giorno, tornei e film dei primi di giugno compresi. Quello di filosofia (sempre lui) si arrende all’idea che niente, anche quest’anno finiamo il programma l’anno prossimo, quella di matematica l’ha già finito settimana scorsa, quelli di italiano dipende, tutto sta a quanti autori hanno deciso di tagliare. I programmi (ministeriali) sono fatti per essere disattesi.

Nei programmi ministeriali propinano ancora I Promessi Sposi. «Bellissimi», mi ha detto una collega con decenni di lavoro alle spalle. «‘Na palla», ho pensato io a settembre. Però quando Renzo entra in una Milano fantasma dilaniata dalla peste e sembra un western (e tu glielo dici: «Ragazzi, telecamera, western»), e i giri di interrogazione di italiano sono finiti quindi perché dovrebbero stare attenti. Insomma Renzo-cowboy entra a Milano, e incontra i buoni e i cattivi, e i cadaveri e un silenzio mostruoso, insomma quando compare su un uscio questa donna che «Profe io me la immagino con gli occhi viola» perché è la tristezza di una madre, è giusto, viola è un bel colore. Cioè quando la madre di Cecilia la porta giù per strada, e la tiene in grembo come fosse viva – la testolina posata sull’omero, la mano di cera a penzoloni unico segno di morte – e persino il becchino (si chiama monatto, ragazzi segnate: monatti; niente, devi scriverlo anche alla lavagna) esita a strappargliela dalle braccia. In quel punto lì in cui ti commuovi e non vorresti perché hai una reputazione, e poi loro di là dal banco sono bravissimi a scovarti le falle. In quel punto lì c’è un silenzio, in classe, c’è un silenzio, mentre tutti aspettano di vederlo posato sul carro dei cadaveri, quel corpicino di bimba nell’abito bianco. Mentre tutti ascoltano quella madre che dice: «Ci vediamo stasera, di là». Suona la campanella di fine ora e nessuno si muove. Poi qualcuno dal banco in fondo – quello che si imbosca sempre meglio degli altri – dice: «Profe, adesso mi sono preso malissimo». E non parla di medie di fine anno, non parla della verifica di fisica, sta parlando di Cecilia, nove anni, morta di peste in braccio alla madre, e la guarda come se ce l’avesse lì davanti, come se lui fosse Renzo. Morricone in sottofondo, umanità. Allora tutto ha un senso. E sull’onda della commozione, del silenzio e dei loro occhi accesi, potrei persino esagerare: pure il documento del 15 maggio.

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