I favori fiscali del Lussemburgo
a banche e multinazionali

Il Lussemburgo è da alcune ore al centro di uno scandalo finanziario che, oltre al Granducato del centro Europa, coinvolgerebbe anche circa 340 multinazionali, fra le quali molti istituti bancari anche italiani. Amazon, Ikea, Dyson, Apple, Unicredit, Intesa San Paolo, Ubi Banca: sono solo alcune delle società coinvolte, che a quanto pare avrebbero beneficiato di alcune norme fiscali ad hoc del Lussemburgo per pagare tasse irrisorie. E ad aggravare ulteriormente la situazione, il fatto che fino al 2013 il Primo Ministro del Granducato era niente meno che Jean-Claude Juncker, ovvero l’attuale Presidente della Commissione Europea.

Com’è nata “Luxleaks”. Nel periodo compreso circa fra il 2002 e il 2010, sarebbero stati posti in essere 55 accordi fiscali fra numerose grandi società e il governo del Lussemburgo, al fine di consentire alle prime di ottenere enormi benefici tributari. A rendere noto tutto questo è stato l’International Consortium of Investigative Journalists (Icij), una rete di giornalisti che coinvolge 80 professionisti provenienti da 26 Paesi, con il compito di effettuare indagini approfondite circa situazioni che appaiono quantomeno come poco chiare; e il paradiso fiscale lussemburghese era da tempo entrato nel mirino dell’Icij, tanto che, dopo un lungo e approfondito lavoro, sono state prodotte 28 mila pagine che denunciano pratiche fiscali che, per quanto formalmente non illegali, generano un circolo vizioso che inevitabilmente porta a risultati legalmente inammissibili.

Le carte mostrano che le grandi aziende hanno usato complesse reti di prestiti interni e pagamenti di interessi che hanno ridotto le imposte delle società. In sostanza: venivano appositamente create diramazioni societarie legate allo Stato del Lussemburgo, a cui erano trasferite ingenti quantità di denaro, generate da ricavi fatti in altri Paesi, al fine di pagare le tasse su quegli attivi secondo le aliquote lussemburghesi (tendenzialmente prossime all’1 percento, molto spesso addirittura inesistenti) e non secondo quelle degli Stati sotto la cui tassazione effettivamente avrebbero dovuto rimanere.

Questa enorme e complessa dinamica, denominata Luxleaks in onore delle illustri precedenti inchieste giornalistiche, permetteva al Lussemburgo di ottenere introiti fiscali fisiologicamente non dovuti (e per quanto le aliquote siano basse, considerando la mole di capitali e i soli 550 mila residenti del Granducato, si capisce come si tratti di guadagni non irrilevanti), e alle società di praticamente non pagare le dovute tasse sui propri guadagni, cosa che oltretutto genera mancate e importanti entrate tributarie ai Paesi che legittimamente sarebbero stati i riscuotitori di quel denaro.

La politica di trasparenza europea, tendenzialmente, non dovrebbe permettere che si verifichino situazioni di questo genere; il Lussemburgo è da sempre stato molto restio nel concedere alle analisi dell’Ue molti dei propri documenti relativi alla politica fiscale, a fronte di tanti segreti che il suo sistema nascondeva. Ora, però, non è più possibile far finta di nulla, per quanto il governo del Granducato non sembri minimamente toccato dalla vicenda: “Il sistema fiscale lussemburghese è concorrenziale, non c’è nulla di illegale o di scorretto in questo”, ha dichiarato Nicolas Mackel, responsabile delle Finanze in Lussemburgo. “Le nostre pratiche fiscali sono conformi alle norme di diritto internazionali” ha tuonato il premier, Xavier Bettel. Fra le società coinvolte, la maggior parte risultano essere americane e inglesi, seguite da quelle tedesche, olandesi, e svizzere; ma, come accennato, c’è anche tanta Italia, specie con i suoi istituti bancari, fra cui anche Ubi Banca.

L’imbarazzo di Juncker. L’attuale Presidente della Commissione Europea, premier del Lussemburgo dal 1995 al 2013, assume chiaramente un ruolo di primissimo piano in questa vicenda. Juncker ha già detto che non intende intralciare le future indagini dell’Ue sul sistema lussemburghese, ma è evidente come dichiarazioni di questo tipo non possano bastare a rispolverare l’abito al numero uno del governo europeo, tanto che il gruppo europarlamentare dei Verdi ha già parlato di “credibilità minata” e di “conflitto di interessi”. Difficile ritenere che questa storia possa compromettere la leadership di Juncker, certo è che, a soli sei giorni dall’entrata in carica di Presidente della Commissione, si sono visti inizi migliori.