Perché il blocco navale dei barconi
è una soluzione piena di rischi

In seguito all’ultima strage del Mediterraneo l’Unione Europea ha deciso di stilare una road map per fronteggiare l’immigrazione. È stato messo a punto un piano d’azione in dieci punti, presentato dal Commissario europeo per le Migrazione, gli Affari interni e la Cittadinanza Dimitri Avramopoulos e approvato dai ministri degli Esteri e degli Interni degli Stati membri in una riunione tenutasi lunedì a Lussemburgo. Approvarlo sarà compito dei capi di Stato e di governo europei che si riuniranno giovedì a Bruxelles nel corso di un Vertice straordinario sulle migrazioni annunciato da Donald Tusk, il Presidente del Consiglio UE. In sintesi il piano è stato definito una «missione militare e civile», che tra le altre cose prevede il sequestro e la distruzione delle imbarcazioni utilizzate dagli scafisti per trasportare migranti dalle coste dell’Africa verso l’Europa. Per farlo l’Unione Europea sta pensando a una missione sullo stile di quella già condotta nei confronti dei pirati somali.

I numeri dell’emergenza. Il quotidiano francese Le Monde ha pubblicato un elenco di numeri per dare un’idea dell’emergenza che l’Europa si trova ad affrontare. Dal 1 gennaio 2015 35mila persone sono sbarcate sulle coste del sud Europa (21.191 solo in Italia). 1600 sono i dispersi. Dopo la strage del fine settimana scorso si è calcolata la media dei morti: 400 al mese. Dal 2000 sono morte 22mila persone nel tentativo di raggiungere l’Europa. Solo 5 Paesi europei su 28 sono disposti a dare asilo ai migranti (Italia, Germania, Francia, Svezia e Regno Unito). L’operazione Mare Nostrum, costata al governo italiano 9 milioni di euro al mese, in un anno ha soccorso 150mila persone, in media 400 al giorno, e ha arrestato 351 tra scafisti e trafficanti di esseri umani. L’Operazione Triton, che da ottobre 2014 ha preso il posto di Mare Nostrum, è costata 3 milioni al mese, divisi sui 28 Stati Membri dell’UE, che hanno quindi speso rispettivamente 107.142,86 euro. Frontex, l’agenzia per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea attiva dal 2005, ha messo a disposizione un budget annuale di 114 milioni, 9,5 al mese.

Cosa prevedono i dieci punti dell’Europa. I dieci punti del piano europeo prevedono: 1. Il raddoppio dei fondi destinati alle operazioni Triton e Poseidon condotte dall’agenzia Frontex per il controllo e il pattugliamento del mare. 2. La confisca e distruzione dei barconi degli scafisti 3. Una maggiore cooperazione tra le principali organizzazioni e agenzie dell’UE che si occupano dei migranti (Europol, Frontex, Easo, Eurojust), al fine di raccogliere informazione sugli scafisti e i trafficanti. 4. L’Easo, l’agenzia che concede asilo ai migranti, dovrà inviare i suoi operatori in Italia e Grecia per facilitare le richieste di asilo. 5. Gli Stati membri dovranno prendere le impronte digitali degli immigrati. 6 L’Unione europea considererà opzioni per «un meccanismo di ricollocazione d’emergenza» per i migranti. 7. La Commissione europea lancerà un progetto volontario pilota sul reinsediamento dei rifugiati nell’Unione Europea. 8. Sarà istituito dalla Ue un nuovo programma per il rapido rimpatrio dei migranti “irregolari”, coordinato dall’agenzia dell’Ue Frontex. 9. Sempre l’Unione si impegnerà con i Paesi confinanti la Libia attraverso uno sforzo congiunto della Commissione e del Servizio europeo per l’azione esterna. 10. Funzionari europei di collegamento dell’immigrazione verranno inviati all’estero per raccogliere informazioni di intelligence sui flussi migratori e per rafforzare il ruolo delle delegazioni dell’Unione.

Le perplessità di Laura Boldrini. Tra i punti che hanno fatto più scalpore c’è quella del sequestro, e soprattutto della distruzione dei barconi degli scafisti. A tal proposito la presidente della Camera Laura Boldrini ha sollevato le sue perplessità. «Che vuol dire affondare i barconi degli scafisti?», ha chiesto la terza carica dello Stato italiano in un’intervista alla trasmissione dell’emittente La7, Dimartedì. «Per farlo bisogna avere l’autorizzazione del Paese in cui sono presenti. E a chi si chiede in Libia questa autorizzazione? E poi i richiedenti asilo pagano il trafficante, il pesce grosso, e con quei soldi lui va a comprare la barca da un privato. Quindi fino a un momento prima quell’imbarcazione è di un privato. Come si fa a capire che quel peschereccio verrà poi venduto? Spesso arrivano coi gommoni, che sono fatti artigianalmente. Quindi dove si va a colpire?»

L’ipotesi di un blocco navale. Prima che l’Europa stilasse questo piano (la cui approvazione tuttavia non è scontata) in Italia una delle soluzioni maggiormente invocate da alcuni politici all’indomani della strage della notte tra il 18 e 19 aprile è stato il blocco navale delle coste libiche. Una misura che gli esperti militari sconsigliano perché difficilmente gestibile, non risolutiva del problema e dannosa. Stando alla definizione contenuta nel Glossario di diritto del mare il blocco navale è una «classica misura di guerra volta ad impedire l’entrata o l’uscita di qualsiasi nave dai porti di un belligerante». Prima di tutto, quindi, è un atto di guerra, che non va confuso con l’embargo navale: «Mentre il primo è volto ad impedire le comunicazioni marittime del nemico, il secondo (che non è una misura di guerra) si propone di imporre coattivamente delle sanzioni economiche contro un determinato Stato decise dalle Nazioni Unite». In Libia attualmente è in atto un embargo navale voluto dall’Onu ai tempi della guerra contro Gheddafi. Perché si possa mettere in atto un blocco navale sono necessari alcuni elementi: 1. il mantenimento di una forza aeronavale dedicata stabilmente all’applicazione del blocco in modo imparziale nei confronti del naviglio di qualsiasi bandiera; 2. la cattura dei mercantili neutrali che abbiano violato il blocco; 3. l’attacco ai mercantili che tentino di resistere alla cattura; 4. l’esclusione dal blocco dei traffici di beni di prima necessità come viveri e medicinali.

Più rischi che benefici. L’Italia ha già condotto un’operazione simile durante gli anni Novanta per fermare l’immigrazione proveniente dall’Albania, e attualmente, l’Australia la sta implementando per arginare l’immigrazione dall’Indonesia. Tuttavia la gestione di un blocco navale è cosa assai complessa e le controindicazioni sono più dei benefici, ponendo il concreto rischio dell’aumento del numero dei morti. Tra le clausole del blocco navale c’è anche la possibilità di bombardare i punti di raccolta, quindi i porti libici, e sparare addosso a chiunque tenti di forzare il blocco. Essendo un atto di guerra, richiede l’ok dell’Onu e l’assenso della Libia, che come è noto ha un governo internazionalmente riconosciuto e uno non legittimato dalla Corte suprema libica. Quindi non si sa con chi interloquire. Inoltre, vista la vastità delle coste libiche, oltre mille chilometri, sarebbero necessari degli aerei o dei droni per sorvolare la zona, che renderebbe ancor più oneroso l’impegno dell’Italia, specie se da sola. Vanno poi considerate le rotte dei migranti. La Libia è solo l’ultimo punto di partenza dal continente africano. Le mappe diffuse in questi giorni mostrano che i flussi migratori partono dal Corno d’Africa, o dall’Africa Occidentale e Centrale. Il blocco navale, infine, per essere attuato implicherebbe anche l’accordo con i Paesi d’origine dei migranti, che nella pratica è cosa impossibile.