Il curato di Paderno di Seriate
che ha scelto di farsi eremita

Quando Seriate, non più di due mesi fa, aveva udito la notizia della partenza di uno dei suoi sacerdoti di zona, era rimasta sorpresa dalla sua volontà di ritirarsi sull’eremo di San Paolo d’Argon. Stiamo parlando di don Stefano Manfredi, dal 2010 curato presso la zona Risveglio, meglio conosciuta da tutti come Paderno, area che si sviluppa attorno alla chiesa progettata dall’architetto Mario Botta, e al Centro Pastorale Papa Giovanni XXIII. Classe 1973, originario di Romano di Lombardia, sacerdote dal 2001, prima di essere destinato a Seriate don Stefano era stato per due anni vicario parrocchiale di Ramera, poi cappellano degli emigranti in Svizzera. A Paderno è rimasto sei anni. Sentito il desiderio di cambiare, ha chiesto al vescovo, Francesco Beschi, di essere trasferito in un luogo lontano dal tumulto della città e di ritirarsi in eremitaggio.

Ottenuto il consenso del vescovo, l’eremo sui colli d’Argon sarà la nuova casa di don Stefano: si tratta di un edificio composto da un’antica chiesa, intitolata a Santa Maria in Argon, le cui origini risalgono all’XI secolo, e da una parte a disposizione dei viaggiatori e degli eremiti, con una biblioteca, una cappella, camere e cucina. Di proprietà della diocesi, si trova sopra San Paolo d’Argon, sulla parte più alta del colle, e l’unico abitante, cui si affiancherà ora don Stefano, fino ad oggi era don Mario Signorelli, già prete operaio che nel 1997 chiese  alla diocesi il benestare per ristrutturare l’edificio ormai diroccato e la chiesetta, in parte con l’aiuto economico diocesano, in parte a sue spese e con le sue mani, affinché ne nascesse un eremo di spiritualità e silenzio, disponibile ad accogliere i pellegrini.

Una scelta difficile da comprendere. La scelta di Don Stefano ha diviso i fedeli: c’è chi l’ha sentita come un abbandono e una “fuga” in un periodo in cui i sacerdoti giovani sono pochi; chi si chiede se si tratti di un periodo sabbatico o se invece sarà una scelta definitiva. Ci sono poi quelli che comprendono e condividono la sua ricerca di una dimensione eremitica e contemplativa, sia perché la leggono come un non riconoscersi più nella vita pastorale e dunque come una piccola rivolta civile; sia perché percepiscono il bisogno di ritiro, preghiera, silenzio e ascolto di don Stefano come un andare controcorrente rispetto a una Chiesa che corre e agisce. Seriate tutta si interroga, ma nel fine settimana si è riunita per dare il suo arrivederci a don Stefano.

Il saluto della comunità. Sabato 3 settembre la comunità ha messo in scena uno spettacolo ispirato al Cantico dei Cantici di San Francesco e domenica 4 settembre, subito dopo l’ultima celebrazione da curato, ha organizzato un pic-nic di saluto, chiedendo a ogni famiglia di portare qualcosa da condividere in compagnia. La Messa delle 11 è stata il cuore dell’evento, concelebrata da tutti i sacerdoti delle zone e dal parroco don Mario Carminati, con la partecipazione di don Omar Valsecchi, amico di vecchia data di don Stefano, che opera alla parrocchia di San Fermo, l’unica comunità diocesana non territoriale all’interno della Bergamasca. La chiesa di Paderno era gremita di una folla eterogenea: c’erano i fedeli della zona e quelli delle altre quattro, c’erano persone da fuori Seriate nonché da fuori Bergamo, unite a don Stefano per una delle «infinite vie del Signore»; e poi le autorità politiche, gli amici, i conoscenti, coloro che da lui o tramite lui hanno ricevuto un aiuto, materiale o spirituale, in questi anni, Seriatesi e non.

 

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Nell’omelia, don Omar ha posto l’accento sul concetto di “soglia”, considerando la decisione di don Stefano come un «vivere all’estremo questa soglia»: «È il confine tra ciò che siamo noi e ciò che è fuori, quel limite umano dell’essere… Sostare sulla soglia dell’altro significa mettersi sull’uscio dell’altro senza entrare, in silenzio e in ascolto», ha detto don Omar, citando alcuni versi di Fernando Pessoa: «Grandi misteri abitano / la soglia del mio essere / […] la soglia è paurosa / e ogni passo è una croce». Al termine della celebrazione sono intervenuti alcuni fedeli, per portare il loro ringraziamento a nome di tutta la comunità, ricordando l’insegnamento di don Stefano di «una fede intensa e di una carità vissuta nella semplicità», mentre il parroco gli ha regalato un’icona e una pergamena contenente uno speciale saluto dalla parrocchia del Santissimo Redentore.

Discorso apprezzato è stato poi quello del sindaco Cristian Vezzoli, da anni legato da una salda amicizia con don Stefano: con ironia, aneddoti e simpatia ha salutato il suo storico amico con un rigoglioso bonsai, specificando che quel dono, oltre a richiedere cure e dedizione, avrebbe dovuto ricordargli sempre il creato e la sua bellezza e, sulle orme dell’insegnamento di san Francesco d’Assisi, gli avrebbe rimembrato di «non dimenticarsi di noi creature».

 

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«Potete venirmi a trovare». Don Stefano ha commosso tutti i presenti con il suo saluto riverberante d’emozione  e, con poche parole, ha narrato le tappe della sua vita, riprendendo le pagine di Vangelo: «Ogni volta che senti che gli amici, gli affetti cominciano a essere una grande tesoro, arriva questa pagina di Vangelo e ti dice “Chi è che ami di più?”». Se Dio è la causa di ogni affetto e relazione, allora «Egli dona e poi toglie», ma non cancella: «Potete venirmi a trovare», ha detto, esortando la comunità a proseguire ciò che è stato iniziato in questi anni a Paderno. A ciascuno dei presenti ha poi regalato una «bomboniera» speciale, un bulbo di tulipano, con un monito tratto dalle parole di Gesù: «Non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete… Osservate come crescono i gigli della campagna… Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più». Fuori dalla chiesa, oltre a una distesa di fiori colorati in carta, c’era uno stendardo con uno stralcio dal Vangelo, volto a riassumere la scelta di don Stefano: «Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

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