Italicum e Renzi, chi lo ferma più
(Quelli del Pd ogni tanto ci provano)

Il dibattito a proposito dell’Italicum, tema centrale della direzione del Pd svoltasi nella giornata di lunedì 30 marzo, ha prodotto un nulla di fatto. O meglio, i ranghi renziani si sono serrati intorno all’attuale testo, le minoranze democratiche hanno suggerito, protestato e infine non votato, ma la sostanza non cambia: a meno di sconvolgimenti improvvisi durante le prossima tre settimane, quella che arriverà alla Camera il 27 aprile per il voto decisivo e finale sarà la legge elettorale come voluta e pianificata dal segretario e Premier. Un’ennesima prova di forza da parte di Renzi, che una volta di più smentisce coloro che ritenevano che la corda fosse ormai troppo tesa per non spezzarsi.

 

 

La direzione di ieri, convocata con l’espresso intento di tirare definitivamente le fila circa la posizione delle varie anime del Pd in tema di Italicum, cercava risposte rispetto a due fondamentali questioni: Renzi ha intenzione di lasciare qualche centimetro alle minoranze del partito? E come hanno intenzione di agire queste ultime? Un tran-tran che scandisce la vita del Pd fin dagli albori del Governo Renzi, che sembrava aver trovato requie con l’elezione di Mattarella per poi mostrare quest’ultima come un semplice e momentaneo analgesico. Il merito della riforma elettorale, oltretutto, è di cruciale importanza per le minoranze del partito, specie in materia di preferenze: le varie correnti tutt’altro che maggioritarie del Pd hanno nella scelta diretta dei candidati l’unico salvagente per non affondare, alla prossima tornata elettorale, schiacciate dal one-man-power vigente.

La posizione (perentoria) di Renzi. Ora, risposte alle domande poste ne sono arrivate, eccome. Circa il primo quesito, il «no» è secco. Renzi non si è concesso il lusso delle mezze misure, nell’intervenire di fronte all’assemblea, sottolineando chiaramente che il voto sull’Italicum è un voto sul Governo e sulla sua credibilità: se il tipico Giro dell’Oca che caratterizza l’approvazione delle leggi in Italia, con infiniti tira e molla fra Camera e Senato, dovesse verificarsi nuovamente, attraverso l’accoglimento degli emendamenti delle minoranze Pd, sarebbe un disastro. Questo Governo ha fatto del decisionismo e dell’“a tutti i costi” il proprio credo, e se la legge elettorale che finalmente può rendere questi crismi come costanti dei governanti di turno, e non più solo talenti di un singolo, dovesse arenarsi, sarebbe una clamorosa sconfitta per tutto quello che Renzi e i suoi hanno voluto dimostrare e costruire in quest’ultimo anno. Nel merito delle preferenze, poi, Renzi è stato chiaro: «È assodato che almeno il 50 percento dei Parlamentari sarà eletto con preferenze, è quanto questo sistema tutt’altro che bipolare può concedere. Se poi questo è un valore, lo lascio alla vostre discussioni filosofiche».

 

 

Le variegate reazioni delle minoranze. Quesito numero due, ovvero capitolo reazioni. Il dato fattuale è che, al momento della votazione circa quanto emerso nel corso dell’assemblea, le minoranze non hanno voluto partecipare. Una diserzione in piena regola, più di forma che di sostanza però, perché cela alcuni risvolti interessanti. E qui, occhio ai numeri. Alfredo D’Attorre, area Bersani, ovvero una trentina di unità parlamentari, si è limitato a stigmatizzare l’eventualità di un voto di fiducia sull’Italicum. E stop. La cosiddetta Area Riformista, un centinaio di parlamentari, ha sì disertato il voto in toto, ma su posizioni molto differenti: Gianni Cuperlo è stato netto e deciso nel non accettare i diktat renziani, mentre Roberto Speranza, che fra l’altro è capogruppo dem alla Camera ovvero dove si giocherà la finalissima del 27 aprile, è stato decisamente più cauto, parlando di intesa necessaria e di non mettere i bastoni fra le ruote alle riforme. Civati vuole un confronto parlamentare chiaro (che significa cominciare a tirar fuori i dadi per far partire il Giro dell’Oca di cui sopra), ma ormai coordina solo una manciata di parlamentari. Infine Fassina, che è stato senz’altro il più duro di tutti, parlando di «tasso di conformismo da Nord Corea» nel Pd. Ma il Giovane Turco per eccellenza non sembra aver scaldato troppi cuori. Astenuti tutti quindi, vero, ma con molti chiaramente orientati ad allinearsi, infine, alla linea dettata da Renzi. Una volta di più.