Il mistero dell’ungherese Nehadoma
Allenò la Dea negli anni Quaranta

Lo stadio di Bergamo si chiamava ancora, almeno ufficialmente, Mario Brumana, e l’Atalanta si trovava senza allenatore: Ivo Fiorentini, dopo il quinto posto, partiva per l’Ambrosiana e si portava dietro una manciata di giocatori. Un anno dopo l’entrata in guerra dell’Italia per il secondo conflitto mondiale, il campionato di calcio era una delle poche distrazioni per la gente. E questo accadeva anche a Bergamo, dove per il nuovo corso si scelse per uno dei tantissimi tecnici ungheresi in giro per l’Europa. Il nome, Janos Nehadoma, era stato italianizzato una dozzina di anni prima in Giovanni Necadoma durante la sua esperienza a Pistoia. La mano del coach sulla compagine bergamasca fu evidente: già alla prima giornata i nerazzurri segnarono quattro gol al Livorno.

 

[La formazione atalantina della stagione ’42-’43: Nehadoma è il primo, in piedi, da sinistra]

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I suoi anni a Bergamo. Che fine ha fatto, però, quell’allenatore venuto dall’est è ancora oggi un mistero, annegato tra i meandri bui dell’Italia degli anni Quaranta. Nehadoma fece il suo per l’Atalanta, ma dopo qualche anno sparì nel nulla. Il ’41-42 è un anno buono per la Dea: la salvezza arriva all’ultimo, al termine di un campionato altalenante. Dopo le goleade a Napoli, Milan (ops, Milano) e Lazio, il girone di ritorno offre più difficoltà, con la retrocessione evitata solo grazie al pareggio ottenuto all’ultima giornata contro l’Ambrosiana di Fiorentini e alla contemporanea sconfitta del Napoli. Salvezza sarà anche l’anno successivo, mentre nel Campionato Alta Italia, disputato nel ’43-44 per sopperire all’assenza di un vero torneo nazionale a causa dell’occupazione nazista, arriva un ultimo posto che non viene considerato ai fini della retrocessione. Il passo d’addio per il coach magiaro, viene poco dopo, a novembre, a seguito della partita interna con l’Andrea Doria (futura Sampdoria): con la sconfitta per 3-0, il tecnico, ritornato Nehadoma dopo la caduta del regime, rassegna le dimissioni.

La sua origine misteriosa. La carriera di Nehadoma, come allenatore, non è stata quindi memorabile. Nonostante ciò, il tecnico magiaro ha continuato a girovagare l’Italia sino alla soglia dei sessant’anni. E poi? Quello che accade dopo è ancora oggi un mistero, perchè in seguito all’ultima panchina a L’Aquila, del coach italo-magiaro si perdono completamente le tracce. Provando a ricostruire la sua vicenda umana e sportiva, Nehadoma era stato costretto ad abbandonare l’Italia nel 1927 a causa dell’embargo del regime nei confronti dei giocatori stranieri, trovando riparo, grazie all’impegno di Heinrich Schonfeld, ai Brooklyn Wanderers e ai Brooklyn Hakoah, due compagini calcistiche statunitensi di origine ebraica. Nehadoma rientra in Italia nel 1930 ed ottiene la cittadinanza italiana, diventando Giovanni Necadoma, grazie ai suoi buoni uffici a Pistoia, dove era arrivato cinque anni prima. Il suo passato ungherese è oscuro, a meno che non si faccia riferimento a tal Jozsef Nehadoma-Nemes, bomber della Honved nato nel 1914 (alcune fonti riferiscono 1911) divenuto idolo di tale Ferenc Puskas.

 

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Le ipotesi su di lui: era ebreo. Jozsef Nehadoma-Nemes è, apparentemente, l’unico altro Nehadoma del quale si ha notizia in qualsiavoglia settore, almeno tramite il web, giacché nessun’altra persona è in possesso di tale cognome, peraltro di origine ceca o slovacca. In aiuto arriva Sandor Nemes, nato a Budapest due anni prima di Janos Nehadoma, conosciuto in Austria come Alexander Neufeld, ma soprattutto tesserato per le due stesse squadre americane di Nehadoma, negli stessi anni. Su un sito dedicato al Ferencvaros, lo stesso Sandor Nemes viene indicato, una sola volta, come Nemes-Nehadoma. Possibile che i tre fossero fratelli o, quantomeno, parenti. Probabile che Sandor Nemes fosse ebreo, poichè giocò gran parte della sua carriera in diversi club di tale origine e concluse la propria esperienza sportiva in Israele, quindi la domanda è, come potè Nehadoma rimanere in Italia durante tutta la durata del conflitto senza essere minacciato dall’occupazione nazista?

Ultima residenza: Bergamo. Le domande si perdono nel nulla, perchè se Nehadoma è un cognome apparentemente scomparso dalla faccia della Terra, Nemes è troppo comune in Ungheria per poter tracciare una linea di parentela. E il destino dell’allenatore della Dea durante la guerra rimane sconosciuto. In aiuto però ci arrivano due uffici anagrafe, che rispondono, almeno in parte, alle nostre domande: perchè la famiglia Nehadoma non esiste più, e che fine ha fatto l’allenatore. Quest’ultima domanda rimane insoluta, perchè, quando a metà degli anni Cinquanta Janos Nehadoma tornò a Bergamo come direttore sportivo, spostò per l’ultima volta la sua residenza: non accadrà lo stesso quando si sposterà a Bari, Mantova e Terni. L’ultimo domicilio calcistico conosciuto è a L’Aquila, mentre quello anagrafico rimarrà per sempre a Bergamo. Il comune lo cancella per irreperibilità nel 1973: questo porta a pensare che sia morto all’estero, poiché, ovviamente, un trasferimento in un altro comune o un decesso nella penisola avrebbero prodotto un certificato nella nostra città.

L’evoluzione del cognome. E quel cognome? Questa volta tocca a Pistoia rispondere: Janos Nehadoma arrivò in Italia come Janos Nechod’doma, un cognome, senza ombra di dubbio, ceco. Per giunta, la traduzione letterale del cognome significa “non torna casa”, suggerendo una possibile origine di orfano per suo padre Ferenc (o Frantisek). Quando venne registrato negli Stati Uniti, Nechod’doma diventa Nehodoma. Nel 1930, al ritorno a Pistoia, ottenne la cittadinanza assumendo il nome di Giovanni Necadoma, il cui cognome poi non venne trascritto correttamente quando, a guerra conclusa, Giovanni tornerà a chiamarsi Janos. Tra le poche informazioni disponibili, è emersa la mancanza di figli, nonostante il matrimonio con Anna Schubert a New York, nel 1929, durante la sua esperienza americana.

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