Kunduz è stata ripresa, anzi no
Non c’è mai pace per l’Afghanistan

Il fronte afghano si è ufficialmente riaperto: con l’attacco sferrato alla città di Kunduz, e la successiva presa, i talebani hanno fatto nuovamente capolino nella geopolitica internazionale, dopo che negli ultimi mesi, in seguito all’ascesa dell’Isis, sembravano essere pressoché spariti. Un fatto più mediatico che reale, come conferma la conquista di Kunduz: con un blitz avvenuto lunedì 28 settembre, le milizie ribelli hanno invaso la città del Nord dell’Afghanistan, costringendo le forze governative a ripararsi all’interno dell’aeroporto cittadino, lasciando di fatto la città nelle mani nemiche. La situazione, al momento, è confusa, dal momento che non è chiaro se l’esercito afghano sia riuscito a riprendere il controllo di Kunduz, o viceversa la situazione sia sempre più saldamente in mani talebane.

La battaglia per Kunduz. Come detto, lunedì 28 settembre ha preso il via un tentativo di conquista della città di Kunduz, zona settentrionale dell’Afghanistan, da parte delle milizie talebane, che sembra aver avuto un certo successo e pure in tempi rapidi: già nel giro di poche ore, infatti, le forze governative si sono ritrovare asserragliate presso l’aeroporto della città, mentre gli invasori facevano proprio il resto della città. Già dalla giornata di martedì, il Governo americano ha fatto sapere di essere pronto a schierarsi al fianco dell’esercito afghano, per riportare Kunduz sotto il controllo del Paese. L’aviazione statunitense ha dunque partecipato al tentativo delle forze locali di riprendere il possesso della città, attraverso bombardamenti delle zone limitrofe l’area aeroportuale. Ma ad oggi, dopo tre giorni di combattimenti, a Kunduz vige ancora il caos più totale, e non è nemmeno possibile stabilire chi abbia effettivamente il controllo della zona.

Chi prevale a Kunduz? Le dichiarazioni ufficiali sono estremamente discordanti rispetto alla situazione della città: il Ministro dell’Interno afghano, Siddiq Siddiqi, ha dichiarato che le forze nemiche, dopo aver subito pesanti perdite, sono ormai in fuga dalla città, passata nuovamente e stabilmente sotto il controllo del Governo. Ma dalle milizie talebane arrivano annunci diametralmente opposti: si parla infatti di incessanti attacchi che hanno ormai compromesso la presenza militare governativa a Kunduz, e che sta spingendo esercito e soldati della Nato a fuggire definitivamente dalla città. È pressoché impossibile tentare di stabile chi abbia ragione, l’unica cosa certa è che a Kunduz gli scontri sono tutt’altro che terminati, e a farne le spese, fra gli altri, sono anche molti civili: si parla di più di 100 morti. L’unica cosa certa è che né l’Afghanistan né i talebani molleranno facilmente Kunduz, per due motivi: in primo luogo, il Governo mantiene ancora sotto pressoché totale controllo il Nord del Paese, al contrario del Sud dove invece la presenza talebana è molto più forte ed estesa, e perdere un baluardo come Kunduz significherebbe aprire una breccia settentrionale che potrebbe avere conseguenze più che nefaste; in secondo luogo, Kunduz è la prima città che si incontra arrivando dal Tagikistan, e rappresenta dunque un importante punto strategico per gli scambi e per il controllo dei confini.

Il significato di questa battaglia. Come accennato in principio, questa offensiva dei talebani è arrivata come un fulmine a ciel sereno, dal momento che il mondo, vista l’enorme questione Isis dell’ultimo anno, si era dimenticato della guerra in Afghanistan; la quale, tutto sommato, sembrava aver fatto tacere i cannoni quasi definitivamente, tanto che il Presidente Obama aveva a suo tempi annunciato addirittura il totale ritiro delle truppe statunitensi entro il 2016. Ma ora, con ogni probabilità, le strategie degli Usa e della Nato in generale dovranno essere riviste. Anche perché l’eventuale presa di Kunduz, quinta città del Paese, rappresenterebbe la più grande vittoria dei talebani dal 2001, quando ebbe inizio la guerra in Afghanistan, e significherebbe dunque che le milizie ribelli si sono tutt’altro che disperse, ma forse addirittura rafforzate. È emerso inoltre, come molti analisti sottolinearono a fronte dell’discorso dello State of Union di Obama di gennaio in cui il Presidente elogiava l’ottimo lavoro di cooperazione fra soldati statunitensi e afghani, che l’esercito afghano non è affatto preparato (e a questo punto si può dire che non è stato preparato, in questi 15 anni, dalla Nato) a reggere una situazione ancora molto complessa come quella dell’Afghanistan; motivo in più per sconsigliare vivamente il ritiro delle truppe occidentali. L’eventuale sconfitta di Kunduz rappresenterebbe inoltre una battuta d’arresto imbarazzante per il presidente afgano Ashraf Ghani, che ha da poco concluso un travagliato primo anno di mandato. Ha preso il potere dopo una lunga situazione di stallo politico, ma non ha dimostrato di essere in grado di saper affrontare i vari problemi che attanagliano l’Afghanistan, tra cui l’impossibilità di trovare un candidato per il ruolo chiave di Ministro della Difesa. La rinascita dei talebani e le carenze sempre più evidenti delle forze di sicurezza afghane rischiano di danneggiare ulteriormente le credenziali di leadership di Ghani, con risvolti negativi da un punto di vista della stabilità politica e dunque del contenimento della nuova minaccia.

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