Economist, la bibbia del liberismo
da oggi è controllata dagli Agnelli

“The Economist – not read by millions of people”. Lo slogan coniato agli inizi degli anni Novanta dice tutto. Un giornale che si pregia del fatto di non essere letto da milioni di persone. Un giornale per i “pochi che contano”. Da ieri maggiore azionista di questa bibbia settimanale della religione liberista sono gli Agnelli, che affiancano così al tavolo di comando i Rothschild. Exor infatti ha aumentato la propria partecipazione nel capitale sociale del Gruppo The Economist dal 4,7% al 43,4%, e diventa in questo modo il principale azionista singolo del gruppo editoriale, con un investimento di 470 milioni. Una scelta che John Elkann, presidente e ad di Exor, ha motivato non solo a livello di investimento economico, ma anche come scelta di campo culturale. «Sottoscriviamo pienamente la sua storica missione di “prender partito nella dura battaglia tra l’intelligenza, che ci spinge verso il progresso, e un’ignoranza vile e timorosa, che lo ostacola”», ha dichiarato nel comunicato diramato ieri.

 

 

DNA del giornale. Una scelta in fondo coerente con non lo stile di una famiglia che non ha mai nascosto di appartenere all’aristocrazia finanziaria mondiale, e che quindi rimarca la propria differenza di DNA rispetto al capitalismo nostrano. Va ricordato che The Economist era stato il giornale più aggressivo nei confronti di Berlusconi, bombardando con copertine ed editoriali tutta la sua sua stagione di governo. Ma che giornale è questo settimanale inglese che ha 75 uffici di corrispondenza in tutto il mondo, che in America (paese di maggior diffusione di copie, il 54%) viene letto per due terzi da un pubblico con più di 100mila dollari di reddito l’anno?

 

 

Le ragioni del liberismo puro. Innanzitutto è un giornale che ha più di 170 anni di storia (fondato nel 1843), che come prima battaglia, ovviamente vinta, impose al governo inglese di togliere le barriere doganali sulle importazioni di grano. È un giornale la cui linea è semplice, come poteva essere semplice quella della Pravda dei tempo d’oro, perché sempre schierato con le ragioni e gli interessi del liberismo puro. Sia a livello economico ma anche di costume: di questi tempi ad esempio è in prima linea nella difesa del matrimonio per le coppie omosessuali.

 

 

Articoli non firmati. Liberali non conservatori, infatti si definiscono nella redazione di St. James Street a Londra. Ma un po’ di mentalità da politburo è rimasta loro nel sangue. Infatti una delle caratteristiche di The Economist è che gli articoli non sono mai firmati. Questo in teoria per garantirsi da conflitti di interessi tra chi scrive e gli argomenti trattati, in realtà per dare al lettore l’idea non di un giornale di opinioni, ma del giornale che esprime l’unica opinione che conta.  «La voce collettiva conta più delle singole identità dei giornalisti», spiegano gli editori e il giornale riflette così«uno sforzo collettivo». In un certo senso The Economist, dal punto di vista dell’organizzazione del lavoro, è quasi un’ultima isola di comunismo occidentale…

 

 

In edicola al giovedì in Inghilterra. Oggi il giornale è diretto da una donna, Zanny Minton Beddoes. Se foste interessati a leggerlo, sappiate che implacabilmente, da sempre, arriva nelle edicole inglesi il giovedì e nel resto del mondo che conta, il venerdì. Del resto come si vantava un suo ex direttore, Geoffrey Crowther, «nessun giornale è tanto stato letto per così tanto tempo da così pochi». E il weekend è il tempo giusto per leggere la bibbia settimanale del liberismo.

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