La crisi del PD bergamasco
dove ognuno corre per sé

L’approvazione, da parte del Comune di Bergamo, del bilancio di previsione prima della fine dell’anno è stato un risultato importante, visto che la cosa (che dovrebbe essere normale) non accadeva dal 2005. Eppure, in questo bel quadro, una piccola sbavatura c’è: l’astensione dei consiglieri Luciano Ongaro ed Emilia Magni, che dopo aver fondato l’aprile scorso la nuova formazione Sinistra Unita per Bergamo rimanendo nella maggioranza, a novembre sono prima confluiti in Mdp (e quindi in Liberi e Uguali) e poi sono usciti dalla maggioranza stessa, autodefinendosi «forza politica autonoma che deciderà di volta in volta». E, sul bilancio, hanno deciso per l’astensione, sebbene fino a poco prima stessero dalla stessa parte di chi quel bilancio lo ha approvato.

 

 

I mancati accordi. Si tratta, di fatto, della prima ricaduta locale della spaccatura nazionale tra Pd e il nuovo partito guidato da Pietro Grasso. Un effetto di poco conto, a dirla tutta, ma che comunque apre la finestra su quanto sta accadendo nel mondo della sinistra bergamasca, che non vive certo la sua migliore stagione. Basta vedere il naufragio delle lunghe trattative intercorse tutta estate tra il centrosinistra lombardo e gli esponenti regionali di Mdp per trovare un punto d’incontro sulla candidatura di Giorgio Gori a Palazzo Lombardia. Ora Gori ci sta riprovando, ma i margini paiono essere veramente minimi. Un po’ perché, forse, si è deciso di trattare troppo tardi (con dei rapporti così tesi a livello nazionale era difficile pensare la situazione potesse cambiare a livello locale), un po’ perché, oggettivamente, uno dei pochi capisaldi su cui poggia l’esistenza stessa di Liberi e Uguali è proprio la contrapposizione col Pd.

 

 

Il singolo prima del partito. Che così dovrà preoccuparsi seriamente non soltanto dei rivali di destra, ma pure di quelli di sinistra. In Lombardia, e a Bergamo, non si parla certo di percentuali stellari, ma visto il quadro complessivo che vede i dem in caduta libera, anche pochi voti sono meglio di niente. Paradossalmente, la spaccatura a sinistra non ha fatto altro che acuire i problemi già esistenti nel Pd. Con il voto nazionale e regionale ormai alle porte (marzo 2018), l’impressione è che il primo problema di tanti esponenti democratici sia quello di mantenere (o costruirsi) una posizione piuttosto che quello di trovare una soluzione condivisa. I posti sono pochi, sia per il Parlamento che per il Consiglio regionale, e la campagna elettorale del singolo pare essersi anteposta a quella del partito.

La petizione di Freedem. Così non stupisce che Matteo Rossi, da presidente della Provincia, decida di firmare e sostenere la petizione della sezione bergamasca di Freedem, associazione di area renziana che chiede alle segreterie nazionale e regionale del Pd di favorire il «ricambio generazionale» nella formazione delle liste. Che, in parole povere, significa sostenere nomi nuovi, magari fortemente legati al territorio, piuttosto che la ricandidatura di chi già ha fatto esperienze ripetute in Parlamento e in Consiglio regionale. «Non è una presa di…»

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo a pagina 10 di Bergamopost cartaceo, in edicola fino a giovedì 4 gennaio. In versione digitale, qui.

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