La battaglia del papa alla pedofilia
«Nessuna grazia per questa colpa»

«Anche un solo abuso basta per una condanna senza appello. Mai firmerò una grazia per questo tipo di colpa». Sono state parole ancora una volta durissime quelle pronunciate da papa Francesco davanti a membri della Commissione pontificia per la tutela dei minori. La Commissione era stata istituita da Bergoglio quasi all’inizio del suo pontificato: il Papa da subito è stato consapevole della vastità e della profondità del problema e aveva voluto dotarsi di questo strumento che, come sta scritto nel Chirografo che la istituisce, ha «lo scopo di promuovere la tutela della dignità dei minori e degli adulti vulnerabili, attraverso le forme e le modalità, consone alla natura della Chiesa, che si ritengano più opportune, nonché di cooperare a tale scopo con quanti individualmente o in forma organizzata perseguono il medesimo obiettivo».

 

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La presa di posizione fermissima. Quella di Papa Francesco è stata una lotta senza quartiere davanti a un reato che per troppo tempo la chiesa aveva cercato di arginare semplicemente con misure interne (la strategia era quella dello spostamento dei preti individuati colpevoli) e senza affrontare la ricaduta pubblica. Bergoglio invece ha seguito una strategia opposta: ovunque, nei suoi viaggi, ha sollevato la questione chiedendo pubblicamente scusa per gli abusi che erano stati commessi nelle varie zone del mondo visitate. Ha più volte incontrato delle vittime, come è accaduto ad esempio nel luglio 2014 a Santa Marta, dove sei persone abusate da bambini erano presenti alla messa quotidiana. Oggi sono grato a voi per essere venuti qui», aveva detto loro Francesco in quell’occasione. E poi aveva chiesto «la grazia che la Chiesa pianga e ripari per i suoi figli e figlie che hanno tradito la loro missione, che hanno abusato persone innocenti con i loro abusi».

Un impegno che dura da anni. Anche durante il viaggio americano del 2016 aveva segretamente incontrato delle vittime di abusi. In Germania ha addirittura voluto firmare la prefazione del libro di Daniel Pittet, un uomo di Friburgo che era stato abusato da un frate cappuccino da piccolo: «Alcune vittime si sono alla fine addirittura tolte la vita. Questi morti pesano sul mio cuore come sulla mia coscienza e sull’intera chiesa. Alle loro famiglie vorrei esprimere il mio amore, il mio dolore e chiedere in tutta umiltà il loro perdono», aveva scritto in quel caso Bergoglio. Nel 2015 papa Francesco ha poi istituito una nuova sezione giudiziaria, all’interno della Congregazione per la dottrina della fede, per processare i vescovi che vengono denunciati per abuso d’ufficio episcopale per casi di violenza dei loro preti sui minori.

 

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Una battaglia difficile. È una battaglia difficile quella di Bergoglio, perché oltre che contro i colpevoli si trova a lottare contro chi, secondo la vecchia logica, cerca di minimizzare la portata del fenomeno. A volte sono persone su cui lui aveva riposto la fiducia, come il cardinale australiano George Pell, superministro per l’economia che faceva parte del cosiddetto C9, il gruppo di nove cardinali che il Papa abitualmente riunisce per condividere le decisioni più importanti. Pell è stato allontanato e “rispedito” in Australia, dove ora deve affrontare il processo per aver coperto abusi commessi da suoi sacerdoti. Nella stessa Commissione pontificia istituita da papa Bergoglio ci sono state molte tensioni: il papa aveva voluto al suo interno una vittima di abusi, Peter Saunders. Ma lo stesso Saunders si era polemicamente dimesso per le ritrosie della Commissione a prendere una decisione sul caso del cardinale Pell. Una battaglia dura quella di papa Bergoglio, che spesso registra sconfitte. Una battaglia in cui papa Francesco paga il grande ritardo con cui la Chiesa ha affrontato la piaga della pedofilia.

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